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“Prima la casa”. Così l’housing first cambia il modello di assistenza ai senza tetto

Oltre mille persone in casa in 35 città italiane. Ecco i numeri italiani dell’housing first, il modello di intervento sociale che le persone senza tetto non le mette nei dormitori, ma in appartamenti indipendenti.

Obiettivo? Garantire la dignità agli utenti dei servizi sociali, e aiutarli a ritrovare l’autonomia personale.

In tutta Italia sono più sono 70 i progetti di housing first, distribuiti lungo tutta la penisola. A fornire i dati di una modalità di intervento sociale sempre più diffusa è fio.PSD (federazione italiana organismi per le persone senza dimora) l’associazione da sempre impegnata in iniziative di solidarietà sociale nell’ambito della grave emarginazione adulta.

E’ proprio grazie al lavoro della fio.PSD che l’housing first (Hf) ormai è una realtà sempre più consolidata. Il Comune di Milano ha ad esempio recentemente annunciato nuovi progetti proprio legati all’Hf da finanziare con i fondi europei del Pnrr. Investimenti simili son stati annunciato a Roma dal sindaco Gualtieri. Proprio a Roma nel 2019 è stato finanziato dall’azienda Cisco una progetto per inserire in appartamento 40 persone senza tetto.

L’idea di base di tutti i progetti di questo tipo è tanto semplice a dirsi quando difficile in termini di obiettivi da raggiungere: dare una casa a una persona senza tetto e fare in modo che riesca a tornare autonoma. Una meta quasi impossibile da raggiungere con i servizi classici basati sui dormitori.

Costantina Ragazzo, direttrice dei servizi della Fondazione Progetto Arca, ha raccontato una storia di successo di questo tipo: “con l’housing first un ragazzo giovane non solo è riuscito ad essere seguito, ma è stato capace di accogliere le proposte formative e lavorative. Questo lo ha aiutato ad avere autonomia verso la casa e il lavoro e da 6 mesi ha ripreso gli studi: frequentava il terzo anno di un percorso professionale che aveva interrotto. Ora ha un lavoro e si paga l’affitto

Cos’è l’Housing First?

Sviluppato dal dottor Sam Tsemberis a New York negli anni Novanta, questo modello si è rivelato di successo nei tentativi di risolvere la condizione di senza dimora di persone con disagio multi-fattoriale negli Stati Uniti, in Canada e in molti paesi europei inclusa l’Italia.

“In pratica – spiega Giuseppe Dardes, coordinatore della Community di fio.PSD – le persone con anni di vita in strada o in condizione di grave disagio abitativo ricevono dai servizi sociali territoriali l’opportunità di entrare in un appartamento autonomo evitando la complessa trafila dei servizi, godendo dell’accompagnamento di una equipe di operatori sociali direttamente in casa”.

Sin dai primi monitoraggi sono emersi dati positivi: in media, in 8 casi su 10 la persona esce dall’isolamento, stabilizza il proprio benessere psico-fisico, si prende cura della propria salute, si impegna in attività di training e occupazioni (piccoli lavoretti), di svago e in molti casi riprende i legami con familiari e amici.

Tutte le foto sono pubblicate per gentile concessione di fio.PSD

L’Housing First in Europa arrivò nel 2006 con l’esperienza di Casa Primeiro a Lisbona. Nel 2013, una conferenza internazionale mise attorno a un tavolo tutti coloro che si occupavano di homelessness: emerse la necessità di abbandonare il sistema dormitori-centri d’accoglienza-mense a favore dell’Housing First, unanimemente eletto “metodologia per investire nel futuro”.

L’anno successivo, come detto, fio.PSD, da sempre presente a questi tavoli, creò il Network Housing First Italia. “Gli enti andavano convinti della validità di questo approccio – ricorda Dardes –. Non era semplice spiegare come le persone potessero essere inserite subito in un appartamento, bypassando il cosiddetto ‘approccio a gradini’. Non solo: dovevamo reperire appartamenti, formare gli educatori”.

In 8 casi su 10 con l’housing first la persona esce dall’isolamento e torna a prendersi cura di sé

Una trentina di soggetti si misero insieme per investire in immobili, formazione e ricerca. Passati i primi due anni di sperimentazione il Network produsse un report con evidenza scientifica, dimostrando che il progetto in Italia – al netto delle differenze tra il nostro e gli altri Paesi che avevano già avviato la sperimentazione – aveva avuto gli stessi esiti ottenuti in Europa e nel mondo: circa l’80 per cento delle persone coinvolte, infatti, era riuscito a rimanere in casa per almeno due anni con enormi benefici a livello di integrazione, inclusione e attenzione alla salute sia fisica sia mentale.

L’esperienza di Piazza Grande a Bologna

Tra i soggetti che, dall’inizio, hanno partecipato alla sperimentazione, la cooperativa sociale Piazza Grande di Bologna che, nel 2012, senza sostegno pubblico, scelse di adottare il modello di Housing First (Hf).

Vennero inserite 28 persone singole e 10 famiglie in diversi appartamenti. Dopo un anno, il Comune di Bologna si rese conto del successo e avviò una coprogettazione. Due anni dopo, l’amministrazione decise di istituire il programma Housing First Co.Bo., affidandolo in gestione ad Asp Città di Bologna, l’azienda pubblica di servizi alla persona, che a sua volta aprì un bando vinto dal consorzio che, tra gli altri, includeva anche Piazza Grande. “Abbiamo vinto anche il secondo bando, confermando l’expertise e la volontà di mantenere alta la qualità del programma”, spiega Antonella Meola, vice coordinatrice del progetto Housing First Co.Bo..

Dal 2015 a oggi, nel programma di Piazza Grande sono transitate circa 130 persone. “Abbiamo 33 appartamenti sul territorio metropolitano – continua –: 31 sono condivisi, due sono monolocali e accolgono una sola persona”.

La maggior parte degli appartamenti viene dal mercato privato: un numero che si mantiene anche grazie alla rete di solidarietà e di fiducia costruite nel corso degli anni. Piazza Grande si intesta il contratto d’affitto – assumendosi anche il rischio d’impresa – e le utenze.

Una delle peculiarità dell’Hf è che l’inquilino deve partecipare alla gestione delle spese, pagando 150 euro se ha un reddito inferiore a 500 euro, oppure il 30% se il reddito è superiore a 500 euro. Il contributo dell’utente è un passaggio chiave in un’ottica di responsabilizzazione”.

Chi vi può accedere? “Apriamo due volte l’anno la possibilità di segnalazione da parte dei servizi sociali e sanitari. Ci rifacciamo alla classificazione europea Ethos, accogliamo persone senza dimora o che vivono in sistemazioni insicure e inadeguate. Persone che, a un bisogno abitativo, affiancano anche un bisogno educativo”.

È il coordinamento di Piazza Grande che approva l’accoglimento della segnalazione e il suo successivo inserimento in una lista d’attesa eterogenea – che non è una graduatoria – a cui la cooperativa attinge in base alle uscite programmate (uscite in autonomia, ingresso in un’abitazione dell’edilizia residenziale pubblica, ricongiungimenti familiari) e agli abbinamenti fattibili.

Per una buona convivenza, un buon match è fondamentale – sottolinea Meola –. Per questo chiediamo precise informazioni ai diretti interessati al momento dell’incontro”.

Segnalazione, presa in carico, match e poi fase di ingaggio, un periodo durante il quale l’equipe, le persone già in appartamento e chi entrerà si conoscono.

Può durare un mese, ma anche molto di più: è una fase di conoscenza reciproca indispensabile al fine della costruzione di un buon match.

Una volta conclusa, si avvia l’inserimento: ufficialmente la convivenza inizia con la prima ‘domiciliare’, l’incontro tra due operatori e gli inquilini.

“Ogni beneficiario – continua Meola – ha diritto a un accompagnamento educativo che varia in base a quella che noi chiamiamo ‘intensità educativa’ necessaria”: 6 ore (intensità alta), 4 ore (intensità media) o 2 ore (intensità bassa) alla settimana. “Non è qualcosa di immutabile, varia in base al periodo e alle necessità della persona: tendenzialmente, con il passare del tempo l’intensità si abbassa”.

Che cosa si intende con accompagnamento educativo? Tutta quella serie di attività che va dalla gestione della casa ai bisogni della persona, dalla cura del sé al tema delle relazioni personali, dall’inserimento nella comunità a quello lavorativo. “Ecco perché il successo di un programma di Hf non dipende solo dal singolo ma dall’intera comunità”.

In un appartamento di Housing First le persone possono rimanere tutto il tempo che vogliono: dà loro sicurezza e le aiuta a raggiungere gli obiettivi di autonomia

In un appartamento di Housing First le persone possono rimanere tutto il tempo che vogliono: “Non avere un limite di permanenza – sottolinea Meola – cambia tutta la prospettiva e il modo di lavorare. Ci sono macro obiettivi da perseguire che, ogni giorno, si declinano in micro obiettivi. Sapere di poter provare a raggiungere i macro con i propri tempi, per la persona, è un’enorme iniezione di fiducia. Dà sicurezza: la persona si sente protagonista di un percorso da senza dimora a cittadino con diritti e doveri in comunità”.

Al momento sono 71 le persone che vivono in 32 appartamenti di Piazza Grande. Sono soprattutto uomini italiani, ma la richiesta di inserimento anche di donne senza dimora sta aumentando. L’utenza ha in media 45-60 anni, ma ci sono anche alcuni over 65 e altre persone molto giovani.

“C’è chi fa parte del progetto anche da 7 anni, ma la media è una permanenza di 4-5 anni. Molte uscite avvengono perché, nel mentre, le persone conquistano i requisiti per accedere a una casa di edilizia residenziale pubblica. Il fallimento? Certo che lo contempliamo, come in ogni ambito della vita. Ma non ne diventiamo schiavi. Di fatto, se la convinzione della persona viene a mancare, viene a mancare un pilastro del programma. È a quel punto che prendiamo in considerazione nuove strategie, altri codici e linguaggi. Noi siamo sempre presenti, ma gli ostacoli non mancano: penso alla difficoltà nella ricerca alloggi sul mercato privato visto il momento storico per la nostra città, all’aumento dei costi di gestione – le utenze –, penso alla fatica correlata alle uscite volontarie rispetto alla possibilità di affitti intestati alle persone”.

Dieci anni di Housing First in Italia

In Italia, tra 2018 e 2020 l’Hf ha vissuto un momento di forte diffusione, grazie anche al suo inserimento, come orientamento strategico, nelle Linee di indirizzo per il contrasto alla grave emarginazione adulta: grazie a finanziamenti ministeriali, in molti territori sono stati avviati progetti.

Sulla scia di questa spinta, il Network di fio.PSD si è trasformato in Community: “Vogliamo allargare ulteriormente la rete: offriamo attività di supervisione e coaching a tutte le realtà interessate”, spiega Dardes che, a quasi 10 anni dall’arrivo dell’Housing First in Italia, prova a tracciare un primo bilancio.

“I vantaggi per le persone senza dimora sono talmente evidenti – spiega –. Penso, per esempio, a un signore veneto che abbiamo seguito. Potendo contare su una casa, non solo è rinato lui, ma è rinato anche il figlio, che aveva molto sofferto per la situazione del padre. Hanno recuperato il rapporto e, grazie alla ricerca attiva di un lavoro, l’uomo ben presto oltre a una casa ha trovato anche un’occupazione”.

Ma i vantaggi di un passaggio all’Hf riguardano anche gli operatori coinvolti che, dopo anni di impegno nell’ambito dell’homelessness, hanno ritrovato la speranza di poter fare qualcosa di davvero incisivo per queste persone.

“Anche per loro non è stato facile e continua a non esserlo – specifica – : ci sono processi di formazione da riattivare, c’è da portare avanti un lavoro anche su di sé, sui propri vissuti. Non è banale che, in alcuni casi, si sia registrata una resistenza da parte degli operatori, che hanno dovuto rimettere in discussione tutto quello che avevano fatto e imparato negli ultimi anni. Con l’Hf cambia proprio l’approccio: quando si va a casa degli utenti, per esempio, è necessario capire di non essere i ‘padroni’ ma gli ospiti.

‘Io sto con te nella misura in cui vuoi e puoi’, è questo il nostro mantra. È quella che chiamiamo ‘sofisticata semplicità’”.

Continuando a parlare di vantaggi, Dardes evidenzia anche quelli a livello di strutture: “Finalmente un approccio che ci permette di centrarci sulle persone – sintetizza –. Non è la persona che cerca di adattarsi a un servizio, ma è un servizio che fa lo sforzo di adattare le proprie prestazioni alla persona”.

Infine c’è il lato economico: “Accogliere una persona in Housing First costa circa 26 euro al giorno. Tra dormitori, mense, ospedali, strutture d’accoglienza, per chi vive in strada i costi diretti – per non parlare di quelli indiretti – sono molti più alti. Ogni accesso in ospedale ha un costo elevato, con due accessi si ripaga un mese in Hf. Purtroppo facciamo fatica a far comprendere, in Italia, l’enorme beneficio che questo modello comporta”.

Ed è qui che cominciano le difficoltà per chi prova a promuovere questo approccio. “Pensiamo al mercato immobiliare, a quanto è difficile inserirvisi, a quanto è complicato accreditare un servizio di questo tipo. Servirebbe un cambio di passo burocratico, amministrativo e di personale. Sarebbe opportuna anche una maggiore chiarezza da parte della politica”.

“In Finlandia – conclude Dardes –, il governo si è posto come obiettivo zero persone in strada, e ha investito di conseguenza”.

“In Italia ancora scontiamo una visione deficitaria, emergenziale. Manca la volontà di guardare le cose in maniera completamente nuova, manca il dialogo tra i vari ambiti di lavoro. L’Housing First funziona se sanitario e sociale dialogano, se si attiva tutta la comunità: non si può pensare di avere appartamenti diffusi su un territorio se quel territorio non è pronto a comprendere le necessità di queste persone”.

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