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Il ritorno del mutualismo. Intervista a Sara Horowitz

Da qualche tempo la parola mutualismo sta riemergendo nel dibattito pubblico e scientifico. Sebbene il concetto sia sovente ricondotto alla biologia – ne fa cenno Stefano Mancuso nei suoi libri e anche la Treccani quando parla di “simbiosi mutualistica, che comporta un vantaggio reciproco per gli individui associati, senza che tale rapporto sia obbligato” – il termine mutualismo ha sempre avuto largo seguito nella forma d’impresa cooperativa per indicare la reciprocità degli scambi lì generati.

Emblematico è in tal senso il suo inserimento nell’articolo 45 della nostra Costituzionale che recita: «La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata».

Il mutualismo o mutuo appoggio, per usare un’espressione di Kropotkin, sembra quindi riemergere dal passato remoto e recente per proporsi come nuovo paradigma, all’altezza di una contemporaneità dilaniata dalle numerose crisi: ambientale, sociale, economica e di democrazia. Crisi alle quali il capitalismo – in crisi anch’esso – non sembra offrire risposte adeguate.

Su questo magazine abbiamo affrontato il tema nell’intervista fatta a Paolo Venturi e Flaviano Zandonai a proposito del loro libro “Neomutalismo”. Oggi, facciamo un passo ulteriore grazie a Alessandro Valera che ha incontrato negli Stati Uniti Sara Horowitz, attivista e teorica statunitense del mutualismo.

Con Sara Horowitz, ca va sans dire, siamo partiti dal suo ultimo libro, Mutualism, edito da Penguin Random House.

Buongiorno Sara, il suo libro l’anno scorso ha suscitato un certo interesse nel nostro Paese. Come sa l’Italia è un Paese con una storia importante in tema di mutualismo e in particolare di cooperazione e di cooperazione sociale. La prima cosa che salta agli occhi è il perimetro delle organizzazioni che annovera come mutualistiche. A differenza che nel nostro Paese, include anche sindacati e gruppi religiosi. Da qui la domanda: perché ha tenuto una cornice così ampia per descrivere il mutualismo di oggi, includendo elementi ed organizzazioni molto diverse tra loro?

È vero che si tratta di organizzazioni diverse e vederle accomunate in ottica mutualistica non significa perdere le singole identità perché sono i principi del mutualismo ad accomunare queste organizzazioni. Tali principi sono tre: primo, c’è una comunità di riferimento, che può essere geografica, professionale, lavorativa, che si differenzia perché utilizza la solidarietà come strumento di connessione tra le persone; secondo, esiste un meccanismo economico che regola queste organizzazioni. Non si tratta di entità filantropiche, caritatevoli e nemmeno di comunità organizzate da un programma pubblico. In queste comunità, ci sono risorse che si producono all’interno, che non vengono né estratte né offerte ad investitori esterni, ma vengono riutilizzate all’interno della comunità. Questo è un meccanismo noto alle cooperative, ai sindacati, alle mutue, e persino alle comunità religiose.

E il terzo?

L’ultimo principio è quello del lungo termine: tutte queste comunità sono caratterizzate da un orizzonte temporale di attività lungo. Esse riconoscono, in particolare nel contesto di emergenza climatica in cui siamo immersi, che dobbiamo agire non solo per noi stessi, ma per le generazioni future.

Per questi motivi ritengo siano un settore a sé in quanto hanno dei valori base che sono nettamente diversi da quelli incarnati dal paradigma economico dominante; valori che credo siano essenziali per la sopravvivenza della democrazia.

Abbiamo discusso parecchio con i miei colleghi sul secondo principio in particolare. È sufficiente avere un modello economico che generi risorse per parlare di mutualismo? Non sarebbe meglio qualificare ulteriormente il modello economico? Del resto lei stessa nel libro suggerisce un modello redistributivo e non estrattivo

Sono d’accordo, ma è utile specificare che non si tratta di modelli basati puramente sulla beneficenza. Questo è molto importante perché stiamo parlando di organizzazioni all’interno delle quali le persone si prendono cura gli uni degli altri. Proprio così. Non si tratta di “dobbiamo aiutare quello o questo gruppo estraneo da noi” – che è una cosa importantissima da fare, ma non è il focus primario del mutualismo. Per quanto riguarda la redistribuzione, è più che altro una redistribuzione collettiva.

Come quella di una cooperativa che produrrà utili che poi forniranno capitali da riutilizzare più a lungo termine, oppure potrà anche distribuire dividendi (ristorni per noi ndr). Il punto di partenza, quindi, non è quello della vulnerabilità delle persone, ma della loro in quanto organizzazioni. Questo è il cambiamento profondo, di tipo culturale, necessario alle persone che si considerano orientate al lavoro “sociale”.

Nella seconda parte del libro propone una vera e propria istituzionalizzazione del mutualismo per renderlo “una nuova norma” organizzativa: la definizione ampia di mutualismo che propone, non rischia di rendere questa istituzionalizzazione più difficile, trattandosi di movimenti che probabilmente richiedono policy differenti?

L’elemento più importante che caratterizza il mutualismo oggi è che risponde ad una debolezza delle nostre istituzioni democratiche, che non è dovuta ad una crisi delle coscienze delle persone, ma ad una crisi del capitale e del modo in cui abbiamo costruito i nostri sistemi economici. Quindi se cominciamo a guardare al mutualismo come ad un settore a cui appartengono le imprese cooperative, i sindacati, i gruppi religiosi, i gruppi di mutuo aiuto, le organizzazioni non-profit, che condividono i tre principi suddetti, vediamo immediatamente che quando queste organizzazioni si riuniscono, mostrano gli stessi bisogni. Mettersi insieme è quindi l’unico modo per dare vita a questo settore.

Mi sembra una intuizione interessante volta a ricomporre mutualismi anche diversi. È così?

Una delle cose che ho scoperto mentre scrivevo il libro – e mentre mi accorgevo che ciò di cui abbiamo bisogno è radunare i mutualisti, ovvero coloro che possano costituire il primo gruppo di avanguardia – è che ognuno ha un modo diverso di parlare di mutualismo. Per esempio, Ashoka dice “everyone a change maker” – ognuno è un portatore di cambiamento. Ma in realtà l’idea di base qui è che nel momento in cui vedi un bisogno sul quale puoi agire in maniera imprenditoriale, allora cominci a costruire quella impresa nella tua comunità, e trovi la forza in quella comunità. Questo è un modo per dire che è necessario fidarsi delle persone perché loro conoscono benissimo i loro bisogni. E poi, successivamente, ti fidi del fatto che siano in grado di costruire istituzioni ed organizzazioni.

È solo questione di fiducia o ci vuole anche altro? Aggregazione di bisogni, auto-organizzazione, capacità imprenditoriale…

Non si tratta di una fiducia ingenua. Devi costruire metodi per prendere decisioni, e metodi di valutazione perché la missione venga perseguita. Negli Stati Uniti, quando qualcuno comincia ad auto-organizzarsi, c’è sempre qualcuno che alza la mano e dice “e i poveri? E i più vulnerabili?”. E quindi il paradigma comincia a virare verso la beneficenza. E questo ha contribuito a danneggiare la democrazia in modo tremendo. Perché invece quando pensi al ruolo delle cooperative in Italia e a quello dei sindacati negli Stati Uniti e nel mondo, ti accorgi che sono forze che lavorano per il bene collettivo, senza fare necessariamente beneficenza.

Stesso discorso vale per le azioni contro il cambiamento climatico, o per i diritti civili che vanno condotte non tramite la beneficenza ma tramite un’azione di potere. Questo è il mutualismo. È trasferimento di potere in un settore costruito su fondamenta economiche.

La cosa ha molto senso. Sta vedendo i giovani impegnarsi in questa nuova forma di mutualismo, oppure il mutualismo sta faticando ad attrarre le giovani generazioni? Perché è ciò che stiamo vedendo in Italia. Ci chiediamo se stia succedendo la stessa cosa qui, se questo movimento è trainato da persone più senior, oppure se ci sia una sorta di rinascimento delle giovani generazioni.

Le faccio due esempi di attività nelle quali i giovani sono pienamente attivi, e non solo negli Stati Uniti, ma ovunque. E una di queste è proprio il mutuo aiuto. Se si guarda a quello che è successo immediatamente dopo l’invasione dell’Ucraina, è evidente: le persone hanno subito messo in piedi il mutuo aiuto. Stanno usando la tecnologia per connettere le persone che hanno dei bisogni con le persone che hanno da offrire qualcosa. Il secondo esempio sono i giovani che stanno cominciando a guardare ai registri distribuiti (i cosidetti “ledger”) che si stanno sviluppando dalle criptovalute. La sinistra sta ignorando questi gruppi perché considerano le criptovalute una follia. Ma c’è una parte dell’architettura delle cripto che ci permetterà di poter tracciare e validare i contributi in denaro in tempo che le persone fanno all’interno delle organizzazioni. Tutto questo potrà poi essere collegato ai metodi di decisione. In altre parole, se sei una persona che lavora sodo, che costruisce all’interno dell’organizzazione, che mette a disposizione tanto tempo o una particolare expertise, allora tutto ciò può essere tracciato e può riflettersi sul tuo voto rispetto a come l’organizzazione è gestita. Stiamo muovendo i primissimi passi in queste tecnologie e queste applicazioni e i giovani – ci sono dentro al 100% – stanno lavorando infatti alle Daos, decentralised autonomous organizations (organizzazioni autonome e decentrate). Oggi è troppo presto per capire le applicazioni di tutto questo, ma io lo sto seguendo perché si fonda su di uno spirito collettivo, concepisce il ruolo del denaro e l’importanza degli obiettivi. Questi secondo me sono due buoni esempi.

Se è vero ciò che dice come fare a intercettare questa energia delle giovani generazioni?

Se avessi una bacchetta magica, prenderei la conoscenza delle organizzazioni che fanno mutualismo da secoli, le loro persone con maggiore esperienza e costruirei un ponte con tutti quei giovani che cominciano ad avere idee su come rispondere ai bisogni e su quello che è necessario costruire. Se ci fosse un luogo in cui questi due gruppi potessero creare i loro tipi di organizzazioni insieme, tipo Y Combinator nella Silicon Valley, allora si potrebbe dare vita a organizzazioni davvero innovative in senso mutualistico.

Visto che siamo entrati in tema parlerei di piattaforme tecnologiche. Secondo lei il mutualismo per cooperare ha bisogno delle proprie piattaforme tecnologiche oppure può utilizzare quelle esistenti, diventando parte del problema?

Se crei un gruppo Facebook, non possiedi nulla, non controlli nulla, e il gruppo non funziona in modo da poter maturare e diventare indipendente. Più interessanti sono altri gruppi, per esempio ce n’è uno che si chiama Collective, che crea piattaforme per permettere alle persone di creare le proprie cooperative. Stanno emergendo nuovi tipi di organizzazioni che permettono alle persone di costruire gruppi e organizzarsi, senza dover partire da zero ogni volta. È possibile, e lo stanno facendo. Ed è qui che dobbiamo cominciare ad affinare il ragionamento: per esempio, ci sono cose che possiamo imparare dalla Silicon Valley, che in fondo si basa su una serie di giovani cervelli con delle idee, senza infrastrutture, ma con un’istruzione alta e parecchie idee sulle quali scommettere.

Facciamo il gioco del “se”. Ipotizziamo che una grande città decidesse di affidarle un incarico volto a favorire pratiche mutualistiche sul suo territorio, da dove partirebbe?

Sto al gioco: se fossi nominata come braccio destro del sindaco di New York e incaricata dello sviluppo del mutualismo nella città, andrei a cercare chi ha creato gli orti urbani o altre realtà locali a impianto mutualistico. Li riunirei, li ascolterei e darei loro dei fondi per creare ulteriori reti mutualiste. Non importa se provengano dai gruppi religiosi, dalle banche cooperative, da qualsiasi tipo di comunità organizzata. Una volta definito chiaramente cosa mi aspetto da quel denaro, li lascerei fare. Poi, farei una valutazione su quello che è stato fatto: quali progetti sono cresciuti, e quali no. A quelli che crescono, darei un ulteriore 50% di fondi in più, agli altri direi grazie e arrivederci: riprovate la prossima volta.

Avresti così un primo gruppi gruppo di leader locali. Dopo tre anni, avresti persone molto esperte che comincerebbero a pensare: come gestiamo questi spazi e risorse collettive? Quali sistemi gestionali, quali tecnologie ci possono aiutare per la gestione? Chi sono gli esperti di branding e marketing che ci possono aiutare? Dopodiché si potrebbe avviare un’impresa collettiva, basata sulla solidarietà, come una cooperativa, che possa gestire e coordinare i servizi per tutte le attività mutualiste, posizionata ad un secondo livello. Ecco qui negli Stati Uniti questo non esiste, dobbiamo partire da zero.

In Italia invece non partiamo da zero. Come vede il nostro paese dal suo osservatorio oltreoceano?

Credo che il fattore culturale nella costruzione di un movimento sul mutualismo sia essenziale. Gli Italiani per esempio, su questo, hanno fatto benissimo, proprio da un punto di vista politico. Quando penso alla cultura italiana, ma anche a quella tedesca e francese, penso che queste culture sono talmente forti che hanno potuto resistere alle perversioni del capitalismo, molto più del Regno Unito e degli Stati Uniti. Noi per esempio pensiamo che la giornata di una persona sia irrilevante. Pensiamo che un buon pasto e avere del tempo libero sia carino, ma non importante come lo è per voi. Invece è proprio a partire da questi aspetti che gli esseri umani possono prosperare in un sistema economico. Penso pertanto, che a livello globale, sia giunto il momento di aprire una conversazione su questo tema.

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