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Neomutualismo come pedagogia del “fare insieme”. Intervista a Venturi e Zandonai

Venturi e Zandonai

Il libro “Neomutualismo” è la terza tappa di una trilogia che Paolo Venturi e Flaviano Zandonai hanno dedicato alle nuove traiettorie d’impresa. Nel primo “Imprese ibride” si indagavano i soggetti, in “Dove” il focus era sui luoghi, intesi come spazi di lavoro “sensato”,  e adesso con Neomutualismo l’obiettivo è indagare il sistema di relazione di queste pratiche: il vero software del processo trasformativo condiviso. Li abbiamo sentiti.

Se siamo in un momento in cui sembra necessario ri-combinare le forme di creazione del valore, forse è il caso di chiedersi quali sono, secondo voi, le precondizioni materiali (tempo disponibile, luoghi del fare insieme ad esempio), e quelle immateriali (simboliche, narrative in una parola culturali) che sono indispensabili al mutualismo?

Flaviano Zandonai: Le precondizioni necessarie alla pratica del mutualismo sono tante ma partirei da una indispensabile e riconducibile a una sorta di habitus personale necessario per esercitare il meccanismo relazionale del mutualismo.

Il mutualismo, per come lo intendiamo in questo libro, è un meccanismo sociale di relazione che consente di gestire il complesso sistema di interdipendenze all’interno del quale siamo collocati. 

Un meccanismo che vale sia per le persone, che per le organizzazioni. 

In questo secondo caso ci sono, oltre a predisposizioni acquisite, anche delle precondizioni di natura materiale, istituzionale o di governance. 

Ma l’abito individuale, culturale e personale è cruciale e richiama il tema dell’educazione al collaborare e al cooperare.

Parliamone…

Flaviano Zandonai: Mi rendo conto di non dire niente di nuovo. Però ritengo sia bene ribadire che non si tratta di creare un “format” capace di fare formazione alla cooperazione o al mutualismo. Quello che è necessario è educarsi, sperimentando il “fare insieme” nella pratica quotidiana di gestione delle interdipendenze secondo logiche mutualistiche. 

Qui c’è tanto bisogno di lavoro sul piano personale. Di trasformazione del sé, oserei dire. Un lavoro che poi diventa un modo di porsi nelle relazioni; un certo modo di fare che connota un carattere, o come si diceva prima, ricalcando Pierre Bourdieu, un habitus

O come si dice spesso oggi, un mindset.

Il neomutualismo è un processo che non passa dalle cattedre, ma sovente da un’educazione informale o accidentale e che diventa tratto caratterizzante. 

Un fare, quello mutualistico che dovrebbe diventare educazione diffusa e non per pochi predisposti verso questo modo di fare o allenati nel corso di pratiche di attivismo “elitario”.

Paolo Venturi: Aggiungo alle cose dette da Flaviano che la dimensione educativa è fondamentale nel mutualismo, perché il mutualismo non ha bisogno di execution, ha bisogno di essere interpretato, rigenerato, alimentato, tenuto vivo.

Un conto è fare una cooperativa, un altro conto è incarnare il principio mutualistico: nel modo di creare lavoro, di creare valore, nel modo di pensare l’organizzazione della società, di immaginare modelli di impresa, di immaginare regole, relazioni, nodi territoriali.

In altre parole, il mutualismo è un principio costituente che è stato fondativo del cooperativismo. Cooperativismo che ha poi generato le cooperative. 

Pertanto, se è vero che la cooperativa si fonda sul mutualismo, il mutualismo non coincide con la cooperativa, è molto più grande.

In questo senso oggi tutte le interdipendenze che nascono e che hanno come humus il mutualismo richiedono, una sorta di reinterpretazione e quindi di immaginazione creativa.

Quindi la missione educativa è fondamentale in quanto deriva da ex ducere, tirare fuori. 

E non è un caso che uno dei principi cooperativi sia non tanto formare, ma educare, innanzitutto all’imprenditorialità che è altra cosa rispetto alla managerialità su cui forse ci si è concentrati troppo a lungo.

Ma da dove ripartire per far proliferare un’educazione mutualistica?

Paolo Venturi: In passato questa educazione la apprendevi abitando ambienti di prossimità che oggi per tante ragioni, si sono rarefatti. Oggi invece si costruisce facendo le cose insieme, in luoghi che sono da costruire anch’essi. 

Nel libro “Dove” abbiamo esplorato proprio questo aspetto chiedendoci perché gli spazi trasformati in luoghi creano valore?

Perché facendo le cose insieme all’interno in una dimensione di prossimità si costruisce senso, significato e pertanto si attua una sorta di pedagogia. Tant’è che le persone alle prese con la rigenerazione di questi luoghi non rigenerano solo l’oggetto, ma anche il soggetto: trasformano gli spazi in luoghi e il soggetto che fa per sé, in un soggetto che fa con gli altri. 

In ottica neomutualistica appunto.

Quali sono varianti e invarianti tra mutualismo classico e neomutualismo?

Flaviano Zandonai: Il mutualismo è una pratica che attinge al principio di reciprocità che non è do ut des (tipico dello scambio regolato da contratto) ma circuito del dare, ricevere, restituire senza obbligo e stretta equivalenza. Questo principio si è sempre plasmato storicamente per esempio nel 700 con modelli associativi come le mutue, che dopo Rochdale nel 1844 e la nascita della prima cooperativa, sono diventate imprese.

Oggi noi parliamo di neomutualismo per disegnare un campo in cui il mutualismo, inteso come scambio virtuoso, genera valore aggiunto. 

In tanti modi differenti e attraverso differenti “apporti” del singolo cittadino: che può essere un lavoro, un conferimento, del tempo, il consumo, l’utenza, un servizio ecc. e in cui produzione e redistribuzione si tengono insieme. E con una variante importante figlia di questa epoca storica ovvero la diversità a livello di bisogni e aspirazioni. Diciamo che “i pari” del neomutualismo rappresentano una pluralità più estesa che se riesce a rintracciare elementi di comunanza può davvero ambire a cambiamenti di sistema.

Ecco, questa cosa qua, ha una sua, diciamo evoluzione in nuove forme di mutualismo che non sono solo nuove, ma sono anche multiple, vero Paolo?

Paolo Venturi: Certo. Oggi noi vediamo la cooperazione che, laddove si rigenera, gemma nuove filiere. Se guardiamo la demografia del lavoro delle cooperative vediamo che c’è una potente ripartenza delle cooperative di utenza, cosa di cui non si parlava da tanto tempo. Oppure le nuove forme dell’abitare caratterizzate da forme di scambi mutualistici plurimi. 

Insomma assistiamo a un mutualismo che diventa plurale e dove dentro questa pluralità c’è sempre di più un mutualismo comunitario, che non è solo quello delle cooperative di comunità.

In questo senso il neomutualismo è un’evoluzione anzitutto dei tratti tradizionali che si leggono già nelle cooperative che si stanno rigenerando e in quelle destinate a prendere piede con le comunità energetiche e con le nuove potenziali cooperative di piattaforma.

Assistiamo quindi a un dilatarsi dello scambio mutualistico, che incorpora la comunità intesa non tanto come insieme di utenti, ma come protagonista dello scambio e aggregatore di domanda e di bisogni a cui fornire risposte.

Ci potete parlare anche di questo nuovo protagonismo della comunità?

Paolo Venturi: Il passaggio decisivo è quello che elegge la comunità come un soggetto con cui condividere un pezzo di scopo e di produzione del valore. La cosa non è così scontata come può sembrare.

Il tema della comunità e della mutualità esterna è sempre stato vissuto purtroppo con una logica da utenza. Invece qui la comunità non è l’utenza. La comunità è soggetto istituente, che produce un pezzo di valore dentro il processo cooperativo e che non lavora più solo per la comunità ma con la comunità. Dentro questa nuova logica sono in tanti a lavorare oltre la veste giuridica della cooperativa: dai centri sociali fino alle case di quartiere che attualizzando gli scambi creano economie di luogo sovente in collaborazione con le istituzioni.

Flaviano Zandonai:  E questo è una spinta enorme che nasce soprattutto da quella che è il grande capitolo dell’amministrazione condivisa, dove spesso vediamo in azione soprattutto dopo la pandemia, questo nuovo software emergente. Perché la pandemia ha fatto emergere il tema delle alleanze di scopo. Si tratta  di fatto di nuovi legami tra soggetti diversi, che utilizzano risorse diverse per uno scopo comune, alimentando il sistema di interdipendenze. Un patrimonio che sarebbe scellerato disperdere.

Anche perché obbliga tutti a ripensare i meccanismi, le logiche e i luoghi anche dell’intermediazione sociale che sta cambiando rispetto al passato, sia per la crisi dei corpi intermedi che per quella delle istituzioni politiche in senso stretto.

Si affermano così anche nuove modalità di intermediazione, di rappresentanza sociale che insieme alle cose dette prima giustificano quel “neo” davanti al termine mutualismo.

Oltre alle alleanze di scopo quali sono i terreni in cui si sperimenta di più il neomutualismo?

Flaviano Zandonai: Secondo me il tema della rigenerazione è il più grande cantiere di neomutualismo che ci sia oggi nel nostro Paese. Un tema che va dalla rigenerazione urbana delle città, allo spopolamento dei piccoli comuni fino alle piattaforme necessarie al city making.

La città liquida, la città dei 15 minuti, la città senz’auto, sono tutti esempi di re-design delle relazioni. La rigenerazione è pertanto nuova architettura sociale delle città e nuova economia delle relazioni, da ridisegnare. Ma attenzione, se ci si limita a fare solo “riqualificazione” non si fa molta strada. Serve fare community building in ottica mutualistica. 

Paolo Venturi: Oltre a questi ambiti nel libro, anche provocatoriamente, facciamo notare come questo modello neomutualistico stia permeando anche certi pezzi di capitalismo e tal proposito citiamo il rapporto di Symbola da dove si evince una intenzione verso i temi della coesione sociale, della competizione tra imprese positive, che generano sul territorio nuovo valore all’insegna di scambi mutualistici.

In questo senso sosteniamo che questo nuovo paradigma si stia in qualche modo dilatando oltre i suoi confini “nativi”,  con forme originali, visibili, ma anche maledettamente fragili come accade a tutti i processi allo “stato nascente”.

Ma non credete di aver dilatato troppo questo ombrello del neomutualismo?

Flaviano Zandonai: Pensiamo di no. Perché il fenomeno in atto non è solo come dire di produzione del valore economico, ma attraversa tanto corpo sociale, rimettendo in discussione processi consolidati e priorità, non più segmentabili come una volta. Ad esempio, come si ridefinisce la scala dei valori delle persone? Per tanto tempo abbiamo fatto riferimento alla Piramide di Maslow in cui si scalava da un livello all’altro: prima i bisogni primari e di sicurezza e poi si saliva verso l’alto, fino alla realizzazione di sé.

Oggi quei bisogni si cercano tutti insieme. 

Guarda ad esempio alla crisi del mercato del lavoro. É una crisi di sicuramente di sussistenza e quindi di stipendi e di salario minimo, ma anche una crisi di competenze e di capacità da ridefinire il proprio ruolo e quindi una crisi di senso: di significato del lavoro. Queste tre cose stanno insieme. Non sono più in successione. Non è che prima faccio la lotta per il salario e una volta risolto quello passo al livello della qualificazione professionale. E una volta fatta la riqualificazione, mi prendo un qualche coach che mi aiuta a ristrutturare il senso e i significati del mio agire.

No, adesso è tutto insieme. 

Paolo Venturi: Aggiungo. Il tema delle grandi dimissioni secondo me va letto in questa chiave. Può essere gap sui salari, ma anche sulle capacità e  finanche sul senso del fare. Tutte questioni che riguardano il modo in cui si fa intermediazione sociale rispetto alle istanze individuali che diventano azione collettiva e quindi politica e danno luogo ad azione economica.

In questo senso il neomutualismo è, non solo sistema di interdipendenze, ma anche azione politica e economica.

Molto chiaro. Mi permetto di insistere sul piano delle policy. Il neomutualismo non è un concetto ombrello troppo vasto per soggetti che probabilmente hanno bisogno di policy diverse? 

Flaviano Zandonai: Beh forse abbiamo spinto la palla un po’ troppo in là. O come si diceva una volta “gettato il cuore oltre l’ostacolo”. È vero, abbiamo visto mutualismo in contesti istituzionali diversi e secondo modalità differenti e questo può far pensare che sia un fenomeno troppo variegato per costruirci politiche attorno. Poi però se guardo agli altri meccanismi per gestire le interdipendenze come quelli messi a punto dallo Stato con i suoi apparati burocatico/procedurali e dal Mercato, fin troppo “liberato” negli ultimi 40 anni e che tutti oggi vogliono riformare, vedo che lì, non ci si è posti più di tanto il problema di quali politiche metterci attorno. 

E tali meccanismi sono diventati la norma che regola gran parte delle nostre scelte di vita.

E allora mi dico: ok, ci siamo preso dei rischi, ma piuttosto che ricavarsi l’ennesima nicchia al riparo dei fallimenti dello Stato del Mercato, visto che su quel versante abbiamo già dato, meglio puntare al bersaglio grosso, provando ad azzardare un’ipotesi poco ortodossa: oggi è possibile mutualizzare pezzi di mercato, ma anche pezzi di Stato? 

Pensiamo di sì.

Paolo Venturi: Vorrei rafforzare questo aspetto richiamato da Flaviano. Quando abbiamo pensato a questo percorso non l’abbiamo deciso per mettere a fuoco in modo definitivo il neomutualismo. Ma una cosa nitida e potente e, dal mio punto di vista, irreversibile, l’abbiamo vista. Ovvero che questa cosa che stavamo indagando non c’era, né nei meccanismi di creazione burocratico amministrativa, né tantomeno nei meccanismi compassionevoli e in salsa purpose del capitalismo. 

Ne è nata un’urgenza:  riconnettere una pluralità di esperienze, all’interno di un ordine sociale, di un software, di un meccanismo che in questa fase sperimentale era necessario esplorare per cercare di dargli una prima connotazione.

Flaviano Zandonai: Vorrei insistere sulla “fase sperimentale” a cui faceva riferimento Paolo poco fa. Perché la sperimentazione viene prima della legge. La cooperazione non nasce dalla legge. Il mutualismo non è una legge. La cooperazione sociale e quella di comunità non nasce da una legge così come i Workers buyout che nascono dal lavoro fatto in una tipografia a Livorno e che ha generato solo dopo la Legge Marcora.

Voglio dire che i meccanismi di mutualismo nascono da processi esplorativi che vanno oltre il perimetro che riescono a disegnare col successivo processo di institution building e quindi di politiche pubbliche. 

Oggi siamo ancora in una fase divergente e pertanto esplorativa. Arriverà il tempo della convergenza e quindi della legge.

Quando abbiamo scritto il libro “Imprese ibride”, dove facevamo analoga esplorazione, il mondo della cooperazione ci ha riservato un trattamento da eretici. Oggi non c’è cooperativa che non abbia assunto nei propri servizi il concetto di ibrido, così come le Bcorp e le imprese sociali in forma di società di capitali. L’innovazione ha bisogno di un terreno di coltura per affermarsi come principio. 

Noi lo vediamo come un principio terzo rispetto allo Stato e al Mercato.

Un principio ancora neonato, tanto che non ci consente di capire a chi somiglia, ma di una cosa siamo certi: sappiamo da dove viene.

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