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Acqua: arma di guerra, strumento di speculazione o bene comune?

Abbiamo raccolto neve e acqua piovana per avere un po’ d’acqua. Abbiamo cercato di prenderla nei punti di distribuzione, ma la coda era enorme”. “In un condominio, alcune persone recuperavano l’acqua dall’impianto di riscaldamento per lavarsi le mani o solo per altri bisogni molto, molto basilari”. Sono alcune delle testimonianze di operatori di Medici Senza Frontiere bloccati a Mariupol, città ucraina dove da settimana continua l’assedio dei russi.

Il 22 marzo si celebra la Giornata internazionale dell’acqua.

Acqua che oggi sta diventando sempre più un’arma di guerra o di ricatto economico.

La Russia la sta usando per costringere le città alla resa o per obbligare i civili ad andarsene. Ma anche l’Ucraina ha sfruttato l’acqua, nei giorni precedenti all’invasione, come strumento di difesa: sarebbero stati creati allagamenti intenzionali per rallentare le colonne russe, come si vede dalle immagini satellitari messe a disposizione dai ricercatori di Planet Labs PBC al Washington Post

Nel Donbas, il 20 febbraio sono state rese inutilizzabili due impanti di depurazione, la first Lift Pumping Station e la Karlivska Filtration Station, che forniscono acqua potabile a più di 1 milione di persone, inclusi ospedali e altri servizi cruciali, fa sapere il Comitato Internazionale della Croce Rossa.

Il risultato è che i civili non possono soddisfare i loro bisogni anche più basilari e finiscono per dissertarsi con la neve, o bere dalle grondaie.

Ma la cosiddetta “guerra idraulica” non è certo una novità: già nel 2014, dopo l’invasione russa della Crimea, l’Ucraina aveva deviato il corso del North Crimean Canal: in alcuni casi furono necessari razionamenti anche dell’acqua potabile.

Un bene sempre più raro

L’acqua è, innanzitutto, una risorsa limitata. Ancora di più oggi che il cambiamento climatico sta comportando un aumento dei fenomeni di siccità.

Ecco allora che il problema del water grabbing, o accaparramento dell’acqua, sta diventando sempre più urgente: si tratta di situazioni in cui attori potenti sono in grado di prendere il controllo o deviare a proprio vantaggio risorse idriche preziose, sottraendole a comunità locali o intere nazioni.

L’acqua si trasforma  così in un  bene privato, o controllato da chi detiene il potere, per cui bisogna negoziare ed essere disposti a pagare. 

“Ancora due miliardi di persone non usufruiscono di servizi igienico-sanitari adeguati: si pensi ad esempio che, nel continente africano, il 40 per cento delle strutture sanitarie non ha accesso diretto all’acqua”.

“Il water grabbing rappresenta uno dei processi più diffusi di violazione dei diritti umani e sociali, di appropriazione e depauperamento delle risorse idriche e naturali”, afferma Marirosa Iannelli, presidente del Water Grabbing Observatory, l’osservatorio che riunisce ricercatori, giornalisti, fotografi ed esperti per monitorare fenomeni sociali, ambientali ed economici legati ad acqua e clima, in Italia e nel mondo

“Fortunatamente, nel corso degli ultimi dieci anni, sempre più persone hanno avuto accesso all’acqua e ai servizi igienico-sanitari, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Eppure, ancora due miliardi di persone non usufruiscono di servizi igienico-sanitari adeguati: si pensi ad esempio che, nel continente africano, il 40 per cento delle strutture sanitarie non ha accesso diretto all’acqua”.

Un pozzo d’acqua a Sonaco, una comunità nell’entroterra della Guinea-Bissau. Photo Alice Facchini.

Le falde acquifere di frontiera, una gestione complessa

Uno dei problemi più urgenti è la gestione delle falde acquifere, in particolare quelle transfrontaliere, ossia situate a metà tra due o più stati. “Delle circa 300 falde acquifere trasfrontaliere che esistono nel mondo, molte non sono davvero gestite in maniera cooperativa, e questo è causa di tensioni e conflitti”, afferma Iannelli.

“Per analizzare il fenomeno servirebbero dati, ma gli stati sono reticenti a condividerli: le acque sotterranee fanno parte delle infrastrutture vitali, e dunque concernono la sicurezza nazionale del paese”. 

Tra le zone più calde per quanto riguarda la contesa delle acque sotterranee di frontiera, c’è il confine tra Israele e Palestina, quello tra Arabia Saudita e Giordania, tra Namibia e Sud Africa, ma anche tra Uzbekistan e Kazakistan.

Quello delle acque sotterranee è anche il tema della campagna “Groundwater: Making the invisible visible”, lanciata in occasione della Giornata internazionale dell’acqua 2022 dall’Unesco insieme all’Igrac (International Groundwater Resourcer Assessment Center), che ha l’obiettivo di favorire la gestione sostenibile delle risorse sotterranee.

“Esistono direttive e raccomandazioni, ma quello che manca è una normativa vincolante che obblighi gli stati a rinunciare alla sovranità territoriale assoluta sull’acqua”, conclude Iannelli. 

In Italia aumenta la siccità, ma manca una legge sull’acqua pubblica

L’Italia è il secondo Paese più idrovoro d’Europa, con un territorio che per il 21% è a rischio desertificazione, ma il primo nei consumi di acqua in bottiglia. Secondo un sondaggio dell’Osservatorio della Community Valore Acqua, solo il 29,3% degli italiani beve abitualmente del rubinetto, principalmente al Nord, nonostante l’acqua di rete abbia una qualità altissima.

C’è anche scarsa informazione sul reale costo dell’acqua: quasi 6 cittadini su 10 ritengono che l’attuale spesa in bolletta sia troppo onerosa, anche se l’Italia è uno dei Paesi con le tariffe più basse d’Europa – in media 2,08 euro/m3, circa la metà della Francia. Infatti, oltre il 90% delle persone non sono a conoscenza del costo reale dell’acqua: l’86% sovrastima la propria spesa annua e quasi un terzo pensa di pagare circa il doppio in più rispetto al reale. 

Parallelamente, sta crescendo la siccità: il report “Risorse Idriche” dell’Osservatorio Anbi mostra come sulle Dolomiti si registri un meno 30% di neve e sulle Prealpi un meno al 45%.

In questa situazione, i livelli dei fiumi precipitano: il Po ha toccato il record negativo degli ultimi 30 anni, con portate invernali così ridotte che sono pari a quelle registrate tra fine giugno ed inizio luglio del 2021, un anno considerato molto siccitoso.

Anche i grandi laghi si svuotano: il Garda e l’Iseo, insieme, contengono 83 milioni di metri cubi d’acqua in meno rispetto alla media storica.

“Il problema è in prospettiva ed è legato all’impatto dei cambiamenti climatici”, spiega Marirosa Iannelli.

Il bacino del Mediterraneo è un hotspot, ossia un’area particolarmente sensibile all’aumento delle temperature, all’innalzamento dei mari e all’erosione delle coste. Quest’anno la diminuzione delle piogge, che sono sempre più rare e distruttive, ha comportato l’abbassamento dei bacini idrici, e questo potrà creare situazioni molto critiche in futuro”. 

Che soluzioni si prospettano, allora? “Dobbiamo imparare a gestire meglio la poca acqua che c’è, sia per uso privato, agricolo, industriale e turistico”, afferma Iannelli.

“Un esempio: anche quest’anno tanta acqua è stata impiegata per produrre neve artificiale per le piste da sci. Dobbiamo rivoluzionare il nostro modello: se da un lato non possiamo permetterci di sprecare le nostre risorse idriche, dall’altro dobbiamo tutelare l’economia delle comunità e trovare nuovi strumenti sostenibili che garantiscano il reddito alle persone”.

Per una miglior gestione delle risorse idriche, fondamentali sono i piani di adattamento ai cambiamenti climatici, da stilare a livello nazionale e regionale per affrontare in maniera organizzata eventuali emergenze causate da eventi climatici estremi. “Anche su questo, l’Italia è indietro”, continua Iannelli. “Esistono singoli casi di Comuni virtuosi, ma manca un piano aggiornato e operativo a livello nazionale. E questa è una priorità”.

Acqua pubblica: la legge che manca dal 2011

A mancare è anche una legge nazionale sull’acqua pubblica, che permetterebbe di utilizzare le risorse idriche in maniera più oculata ed efficiente. Dopo il referendum del 2011, dove il 54 per cento degli elettori ha votato contro la privatizzazione del sistema idrico, ancora non ci sono stati sviluppi e i Comuni continuano ad avere una gestione pubblico-privata:

“Sono passati più di dieci anni, eppure il servizio dell’acqua è gestito ancora in parte da aziende private, il cui scopo è fare utili”, spiega Iannelli.

“Oltre a non essere rispettato il principio di democrazia, con 27 milioni di italiani che allora hanno votato a favore dell’acqua pubblica, questo meccanismo continua a non considerare l’acqua come bene comune, uno dei diritti umani inalienabili: e sui diritti umani non si lucra”.

Anche l’acqua è quotata in borsa

La conseguenza estrema del considerare l’acqua come un bene privato è stata la sua quotazione in borsa. È successo per la prima volta a fine 2020 in California con i cosiddetti contratti futures: all’acqua è stata attribuita una quotazione, soggetta a oscillazioni del prezzo e a possibili speculazioni, proprio come ogni altro bene di mercato. Tutto questo nonostante ci trovassimo in piena emergenza sanitaria, quando l’acqua è diventato un bene comune ancora più necessario e vitale.

La quotazione in borsa dell’acqua è un meccanismo molto pericoloso”, dichiara Iannelli. “Stiamo parlando di una risorsa limitata, ancora di più oggi che l’aumento delle temperature ha portato a un intensificarsi dei fenomeni di siccità. Nel momento in cui l’acqua inizierà a scarseggiare ulteriormente, solo chi potrà permettersi di pagare potrà averne accesso, acuendo così le disparità economiche e sociali e provocando ancora più problemi igienico-sanitari. Il fenomeno della quotazione dell’acqua in borsa è partito dagli Stati Uniti, ma presto si diffonderà, perché i mercati sono mondiali: anche in Italia tra qualche anno potremmo trovarci nella stessa situazione”.

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