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Le professioni educative nella società post-mediale. L’opinione di Pier Cesare Rivoltella

Media sempre più pervasivi, presenti negli arredi urbani delle nostre città, nell’arredamento delle nostre case, e nelle comunicazioni che regolano le nostre relazioni. Oggi il digitale è parte integrante della nostra quotidianità, inscindibile dalle nostre vite: ecco perché le professioni educative non possono più prescindere da una riflessione sulle tecnologie.

“Nel nuovo millennio, le professioni educative devono assumere una postura comunicativa: è così che nasce la figura dell’educomunicatore”, spiega Pier Cesare Rivoltella, coordinatore del corso di laurea in Scienze della Formazione primaria dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, e direttore del centro di ricerca Cremit sull’educazione ai media, all’innovazione e alla tecnologia. “Per educare, è imprescindibile capire come comunicare con i ragazzi e le ragazze”.

Rivoltella è intervenuto all’evento di apertura di Coo.de – Cooperative digital education, il corso di alta formazione organizzato da Legacoop Bologna, dal Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Bologna e Alma Vicoo, con una lectio magistralis dal titolo Intervento e competenze per le professioni educative nella condizione post-mediale

I media come strumenti

Già nel 1964 Marshall McLuhan, nel saggio Understanding media, parlava dei media elettrici come prolungamenti dei nostri organi di senso. “I media sono dispositivi attraverso cui il nostro occhio diventa occhio elettrico, con la televisione, e il nostro orecchio diventa orecchio elettrico, con la radio.  La nostra percezione si amplifica, ed entriamo a far parte del villaggio globale”. 

L’idea di McLuhan, dunque, era dei media come strumenti: una concettualizzazione superata da Neil Postman, che obietta che uno strumento dovrebbe sempre essere sotto il controllo degli esseri umani. “I media invece sono quasi degli attori sociali: uno strumento non ci fa fare cose, non richiama la nostra attenzione, non scandisce le nostre giornale”, spiega Rivoltella. “Considerarli strumenti è riduttivo”.

I media come ambienti

Si passa così all’approccio “ecologico” della visione dei media, considerati a questo punto come degli ambienti, che contaminano i nostri spazi urbani e i nostri spazi di esistenza e li ibridano. “Oggi ci sono schermi dappertutto, ci sono media nell’arredo dello spazio urbano e anche nelle nostre case”, continua Rivoltella. “Noi tutti viviamo in un ambiente fortemente mediatizzato”. 

Negli ultimi decenni abbiamo assistito alla comparsa di nuovi sistemi di gestione per l’apprendimento, che fanno sì che ognuno abbia dei doppi nello spazio virtuale. Pensiamo ad esempio al metaverso. “Un ambiente virtuale è una realtà parallela, un micromondo da cui si entra e si esce”, afferma Rivoltella. “Ma davvero oggi è possibile uscire dal mondo virtuale? O non farne parte è già di fatto una scelta che influenza quel mondo?”

I media come tessuto connettivo 

Ecco allora il terzo step: i media non sono più solo strumenti, non sono più solo ambienti, ma sono un tessuto connettivo. “I media sono la pelle della nostra cultura, con una doppia funzione: contenere, e rappresentare il primo punto di contatto con il mondo esterno”, racconta Rivoltella. “Naturalmente, anche le relazioni che abbiamo con le altre persone sono mediate: oggi la nostra comunicazione è piattaformizzata”. 

Occorre quindi prenderne atto, e ragionarci sopra anche dal punto di vista educativo. Se nella postmedialità il digitale entra negli oggetti di largo consumo e li fa diventare smart – pensiamo all’orologio, al telefono, agli elettrodomestici – allora le professioni educative non possono più prescindere dal digitale. “Il gioco pervasivo del capitalismo digitale punta a rendere invisibili i media e a costruire valore a partire dai nostri dati”, conclude Rivoltella. “I media sono nelle nostre vite, che noi lo vogliamo o no, e dobbiamo farci i conti”.

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