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“Modena diventerà il nuovo cuore dell’innovazione nell’automotive”. Intervista a Enrico Dente

Colonnine di ricarica elettrica che arrivano dove l’auto è parcheggiata, copie digitali del motore che registrano le temperature lì dove è impossibile installare un sensore. E ancora: automobili registrate su Blockchain per certificarne la storia manutentiva. E infine tecnologie che restituiscono la fisicità della guida sportiva ai veicoli elettrici.

Sono queste alcune delle idee che germogliano, crescono e vengono lanciate sui mercati di tutto il mondo a partire dalla Motor Valley emiliana.

Ed è questo il compito di Motor Valley Accelerator, il primo acceleratore italiano di startup con sede a Modena dedicato all’automotive e alla mobilità, nato da un’iniziativa di Cassa depositi che coinvolge soggetti come Plug and Play, Crit, Unicredit e Fondazione di Modena.

“Qui in Motor Valley abbiamo trovato il tipico spirito collaborativo emiliano-romagnolo e puntiamo a farla diventare un punto di riferimento anche in ambito innovazione per quel che riguarda l’automotive”, ci racconta Enrico Dente, Program and Venture Manager del Motor Valley Accelerator.

Quando siete partiti ufficialmente?

Ufficialmente siamo partiti a novembre 2020. La prima call per startup l’abbiamo fatta ad aprile 2021, la seconda all’inizio di quest’anno. Ogni anno ne scegliamo tra le otto e le dieci e le presentiamo al Motor Valley Fest, un’iniziativa di più giorni che coinvolge tutta la città di Modena. Motor Valley è un brand che esisteva già, esisteva anche prima dell’acceleratore ma era più legato al mondo del turismo, per valorizzare i musei, la storia della Motor Valley, non solo motoristica, ma anche alimentare.

Con il Motor Valley Accelerator, abbiamo preso in licenza questo brand e stiamo cercando di portarlo a essere un brand di riferimento anche nel campo dell’innovazione.

Che cosa succede con le startup che selezionate ogni anno?

Dopo la selezione in cui coinvolgiamo le aziende partner provenienti da tutto il territorio nazionale (Marelli, STMicroelectronics, le emiliane Dallara e Hpe, le piemontesi Sabelt e Cln e la bresciana Omr) c’è un primo nostro investimento di circa 100 mila euro e da lì partono cinque mesi d’accelerazione che facciamo a Modena. Qui ci focalizziamo molto sulla parte educativa, cercando di colmare il gap culturale che c’è in Italia sul mondo del venture capital con un lavoro con mentor e specialisti in vari settori.

Alla fine dei cinque mesi abbiamo un evento di chiusura dove coinvolgiamo non solo le aziende partner, ma aziende italiane e straniere che lavorano in ambito automotive. Infine facciamo un secondo investimento e questo avviene tipicamente su 2 o 3 startup del gruppo che hanno dimostrato di essere le più promettenti, che hanno sfruttato meglio le occasioni, che hanno creato più opportunità di business.

Qual è il vostro modello? 

L’idea è quella di radunare sotto un unico ombrello tutte le eccellenze nazionali che vogliono fare innovazione, e andare a cercare con loro le startup più interessanti. Coinvolgere i  partner anche nella selezione delle startup per noi è anche un modo di creare un primo mercato per le startup che acceleriamo. Quindi il nostro modello tiene assieme le startup e anche le grandi aziende che vogliono fare innovazione. Questo è un po’ il modello Plug and Play, l’azienda chiamata da Cassa depositi e prestiti a gestire, assieme a Crit, il Motor Valley Accelerator.

Nel mondo noi di Plug and Play lavoriamo spesso così: siamo attivi a Stoccarda con un modello simile, con Porsche, Bosch e Mercedes; a Detroit con General Motors e Stellantis, in Silicon Valley con Ford e così via. E’ un modello che funziona, e vogliamo che Modena diventi la nuova Stoccarda, seppur con qualche anno di ritardo.

Una presentazione di Motor Valley Accelerator. Plug and Play e Crit sono i gestori del progetto.

Quali startup avete selezionato nella prima call?

La prima è 2electron, una startup che vuole riportare l’emozione nella guida di un’auto o moto sportiva con motore elettrico.  Adesso qual è il problema? Con l’elettrico non c’è rumore, non c’è vibrazione, non ci sono neanche più le marce. 2electron va a lavorare sul controllo motore, producendo non solo suono e vibrazione, come tante aziende già fanno, ma va a reinserire le marce e i rapporti tramite un’azione dinamica sulla meccanica. E la cosa bella è che puoi andare a configurare infiniti motori. Quindi puoi guidare teoricamente tutte le macchine e le moto che vuoi sullo stesso hardware.

Il problema dei costruttori della motor valley adesso è cercare di mantenere la personalità dei veicoli di altissima fascia che rischiano di diventare sì auto super efficienti, ma con un’esperienza di guida monotona e poco distinguibile da brand a brand.

Praticamente l’esperienza di guida diventa un videogame?

Sì, quando le persone provano la loro moto prototipo nemmeno si accorgono di non essere su un mezzo a combustione. E’ di un realismo incredibile.

E nel team di 2electron lavora anche una persona che ha curato il sound di videogiochi di livello qualitativo altissimo, quindi sì, le cose sono molto correlate.

Altri idee interessanti?

C’è Carchain che fa digitalizzazione di veicoli su blockchain, ma non per fini artistici come già è stato fatto da altre grandi case automobilistiche che hanno messo all’asta gli Nft del Museo del proprio brand. Qui lo scopo è tracciare su blockchain la storia manutentiva dell’auto, dando un valore maggiore al veicolo una volta che si va a vendere. E questo può valere sia per il normale mercato dell’usato sia per le auto classiche, dove ad esempio si può tracciare la storia delle gare a cui ha partecipato il mezzo.

Poi abbiamo Green Independece che lavora su dei pannelli esagonali – tipo pannelli solari – che anziché dare come output energia elettrica producono idrogeno verde convertendo direttamente l’energia solare. E’ una cosa molto importante perché si parla tanto di idrogeno, ma se poi l’idrogeno non è prodotto da fonti rinnovabili siamo di punto a capo. 

C’è anche Newtwen che è la prima startup su cui abbiamo annunciato di aver eseguito un secondo investimento, insieme al fondo Vertis SGR.

Loro fanno Digital Twin, copie digitali di motori elettrici o di convertitori di potenza. Generalmente i digital twin si fanno per tenere traccia di misure attese di un pezzo fisico e quindi vedere se c’è una discrepanza tra quello che prevedo e quello che effettivamente misuro.

Nel caso di Newtwen ci si spinge ancora più avanti perché per esempio loro riescono a misurare in modo virtuale la temperatura del motore in determinati punti, dove fisicamente non si riesce a metterci un sensore. Questo ti permette di andare a controllare il motore in modo intelligente e risparmiare un sacco d’energia a parità di prestazioni.

Risparmiare energia vuol dire che a parità di batteria faccio più chilometri oppure posso fare la  la batteria più piccola. E quindi questo è un valore enorme per i costruttori che si scervellano per trovare nuove tecnologie di chimica per fare le batterie più piccole, ma tu banalmente se riesci a consumare il 5% in meno puoi fare la batteria il 5% più piccola.

A proposito di batterie, ci sono start up che si occupano del problema della ricarica?

Sì, Refilla, una startup di Torino formata da 3 ingegneri ex Stellantis che hanno mollato il lavoro dipendente e si sono messi in proprio. La loro idea è un servizio di ricarica on site per veicoli elettrici. Il principio è che non si deve più portare l’auto alla colonnina, ma la colonnina arriva dove c’è l’auto. Questo perché è abbastanza evidente che non ci saranno mai, neanche tra dieci anni – pensa a una città come Roma – una colonnina per ogni parcheggio. E quindi visto che il problema non si risolverà presto, a Refilla hanno sviluppato una specie di power bank su ruote con batterie estraibili e una piattaforma logistica che, monitorando lo stato delle batterie dei clienti e dove sono le auto in modo predittivo, invia un operatore alla macchina parcheggiata e ci attacca il power bank per rifornirla. Il risultato è che la mattina l’auto sarà sempre carica al livello di prescelto.

Ci sono anche startup non italiane?

Invisens è l’unica startup straniera e viene dalla Russia. Lavorano su architetture per andare a ridurre il costo dei singoli radar per auto. Non parliamo solo del front radar, ovvero quello davanti per il cruise control, ma dei corner radar che vengono usati per guida autonoma o Adas. Sono radar montati solo sulla fascia molto alta perché hanno ancora dei costi considerevoli. Loro hanno sviluppato un’architettura che permette di rendere molto economico il singolo radar e quindi consente di mettere questa tecnologia anche su auto di livello più basso. 

Emiliane?

Novac, una startup di Modena, l’unica emiliana, gli unici che giocavano in casa. Loro fanno supercondensatori allo stato solido, modellabili, che accumulano energia ad alta densità di potenza e che possono rilasciare energia molto più velocemente di una batteria. Quelli di adesso sono dei barilotti pieni di elettroliti liquidi, pericolosi in caso di incidenti perché infiammabili. Inoltre non si riescono a posizionare nei mezzi perché sono molto grandi e trovare lo spazio è complicato.

La tecnologia di Novac è invece allo stato solido, quindi in caso di incidente è sicura ed è modellabile, ovvero si possono dare forme a piacimento e collocare i supercondensatori  in spazi ancora non utilizzati. Il target di Novaca è l’automotive e la mobilità in generale. 

Infine  abbiamo Ohoskin, startup siciliana che fa un materiale bio-based sostitutivo della pelle animale, per i sedili.

Quello degli interni auto  è uno dei mercati dove si consuma più pelle in assoluto, assieme chiaramente alla moda e agli interni di casa. Il loro materiale bio-based è creato con gli scarti dell’industria dell’arancia e dei cactus. Al momento sono al 30% bio e hanno un piano che nei prossimi due anni li porterà al 100% .

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