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“Economia e democrazia possono stare assieme”. Intervista a Emanuele Felice

“Democrazia politica e democrazia economica sono due aspetti complementari, possono stare assieme. Ma certo non è qualcosa di scontato, bisogna battersi perché sia così”. A dirlo è Emanuele Felice, economista, storico e professore all’università Iulm di Milano.

Felice ha appena pubblicato un libro, “La conquista dei diritti“, che tra le altre cose racconta di come storicamente le grandi tradizioni politiche – socialismo e liberalismo – siano entrate in connessione. E di come attraverso l’ecologismo possa partire una nuova fase per i diritti civili, economici e sociali. Di questi temi Felice discuterà a Bologna il 30 giugno al convegno “Democrazia politica e democrazia economica” Il modello di sviluppo cooperativo per le grandi sfide globali”.

Felice, come è possibile garantire una vera democrazie economica?

C’è un dibattito forte su come riformare il sistema capitalista in occidente. Le esperienze tedesche e scandinave di cogestione delle grandi imprese sono tornate temi di attualità, e grazie all’economista francese Thomas Piketty e ai suoi libri sono tornati un argomento di dibattito in accademia e non solo. Se ne è parlato anche recentemente a Siena ad un seminario a cui ha partecipato tra l’altro il ministro del Lavoro Andrea Orlando.

In Europa inoltre il parlamento sta discutendo una direttiva che prenderà in considerazione proprio il tema della cogestione. L’invito è quello ad imboccare questa via, una soluzione importantissima quando si parla di democrazia economica. Nel caso italiano poi sarebbe tanto più utile, perché aiuterebbe a risolvere l’annoso problema della gestione familiare delle grandi imprese.

Poi c’è il movimento cooperativo.

Anche questa è una forma importante di democrazia economica. Parlo del movimento cooperativo italiano che in alcune regioni ha un radicamento profondo e importante, ad esempio in Emilia-Romagna.
Storicamente il movimento democratico, penso a Mazzini e tutti coloro che sono venuti dopo di lui, ha sempre posto il tema del diritto di voto universale assieme a quello della partecipazione dei lavoratori all’economia. Il movimento cooperativo dal basso nasce da lì.

Siamo però di fronte a grandi cambiamenti che hanno stravolto in tutto il mondo l’organizzazione del lavoro. L’economia di piattaforma nata nella Silicon Valley è ormai una realtà.

Le grandi piattaforme hanno creato una precarizzazione e un indebolimento senza precedenti del lavoro e dei sindacati. I lavoratori sono stati privati della loro voce, e lo stesso mondo del lavoro ha perso progressivamente importanza – anche in termini di dimensioni – di fronte al crescere smisurato dei profitti e del fatturato. Tutto questo è l’opposto della democrazia economica, e forse non è un caso che nello stesso momento ci sia anche un generale indebolimento delle democrazie occidentali.

Una svolta è dunque lontana?

La storia è da sempre fatta di grandi momenti: prima il liberalismo, poi il compromesso social-democratico, infine l’epoca neoliberista. Oggi c’è una partita aperta, e in questa partita c’è il grande tema della democrazia economica. In questa grande discussione va ad inserirsi anche la questione del salario minimo. Rilevo che in Italia ormai sia un dato assodato nel dibattito pubblico. Certo ancora non è realtà, ma ormai quasi nessuno nega più la sua utilità.

Il pendolo della storia sta per andare nella direzione dei diritti sociali, civili ed economici?

Non lo so se sta andando in quella direzione. Dico che i diritti sono conquiste, sono il frutto di battaglie. Oggi si sta combattendo una di queste battaglie.

Lei ha scritto recentemente un libro, “La conquista dei diritti”, in cui si racconta di come le grandi tradizioni politico-ideologiche possano e debbano unirsi e contaminarsi per realizzarsi vicendevolmente. L’ecologismo è allora l’ultimo ingrediente di una nuova sintesi in arrivo?

Storicamente socialismo e liberalismo si sono completati a vicenda, e quando lo hanno fatto hanno entrambi raggiunto i loro massimi risultati, hanno mantenuto le loro promesse. Con l’ambientalismo il discorso è lo stesso. Ma non c’è nulla di scontato. Come dicevo prima i diritti sono stati conquistati, ci sono state forze che se li sono andati a prendere.

Quindi?

Ci vuole una politica progressista consapevole di tutto questo. Il mio libro è un contributo al raggiungimento di questa consapevolezza. Al momento mancano però movimenti capaci di organizzarsi su vasta scala, capaci di tenere assieme in un’unica prospettiva i diritti civili, sociali, ambientali. Oggi c’è purtroppo una grande frammentazione delle lotte: c’è Friday’s for Future, ci sono le femministe, i movimenti lgbq e quelli dei precari. Per me tutti questi puntini dovrebbero unirsi, perché solo unendosi potrebbero trovare una vera realizzazione. Le faccio un esempio: le rivendicazioni femministe hanno storicamente portato a grandi cambiamenti sui luoghi di lavoro. Bene, nella stessa maniera la transizione ecologica potrebbe essere spinta verso una prospettiva redistributiva capace di “compensare” gli svantaggiati, gli ultimi e i più deboli. Per fare questo al posto di un’ottica neoliberista servirebbe una prospettiva neo keynesiana basata su forti investimenti pubblici.

A proposito di investimenti pubblici: potrebbe essere questa una via per garantire una vera partecipazione economica?

Mettiamola così: c’è un tessuto economico in Italia che in questo momento non ha accesso all’innovazione. E questo è un problema perché le cooperative e le piccole e medie imprese sono una parte fondamentale dell’economia del nostro paese. Cosa serve quindi? Bisogna mettere in campo una rete di istituti pubblici di ricerca applicata, e mettere a disposizione queste competenze a piccole imprese e coop.

Il modello a cui ispirarsi c’è già: è quello del Fraunhofer tedesco, una rete di oltre 70 istituti di ricerca che da anni in tutta la Germania creano innovazione e la mettono al servizio dell’impresa.

Penso ad esempio al grande tema dell’ottimizzazione dei processi energetici. Cosa possono fare una piccola azienda o una cooperativa che non hanno accesso a grandi finanziamenti? Serve un ecosistema supportato dal pubblico che mostri e crei le opportunità necessarie per fare innovazione e stare sul mercato.

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