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Demenza e Alzheimer: oggi si combattono anche con i videogame

Giochi come il Sudoku e le parole crociate mantengono il cervello in salute? I ricercatori oggi stanno sviluppando videogame appositamente progettati che aiutano la mente a rimanere attiva, per supportare i pazienti come quelli con demenza o Alzheimer a mantenere le proprie capacità. Inaspettatamente, in futuro le prossime terapie mediche potrebbero quindi essere basate su Nintendo e PlayStation.

In Italia, il numero totale dei pazienti con demenza è stimato in oltre un milione (di cui circa 600mila con Alzheimer) e circa tre milioni sono le persone direttamente o indirettamente coinvolte nella loro assistenza.

La gamification applicata al training cognitivo

Si chiama gamification o CCI (Computerized Cognitive Interventions) ed è una tecnica particolarmente innovativa di training cognitivo che costituisce una valida alternativa alla riabilitazione tradizionale

Attraverso i cosiddetti serious gamessi rende coinvolgente e incalzante l’attività cognitiva, di per sé potenzialmente demotivante. E lo si fa attraverso rinforzi positivi al termine delle prove (punti, medaglie), avatar per potersi rappresentare nel gioco senza essere limitati da disabilità fisiche o ostacoli ambientali, e tutorial per comprenderne le funzioni.

La gamification viene applicata a diversi ambiti: dalla riabilitazione di patologie croniche ai disturbi neurocognitivi, ma anche per invogliare all’attività fisica e per mantenere un certo benessere psicologico e mentale.

Quali benefici?

Aumento della capacità di memoria, sviluppo di nuove strategie mnemoniche, miglioramento della velocità di elaborazione delle informazioni e delle funzioni esecutive. I benefici della gamification sono numerosi: il meccanismo del videogioco stimola il mantenimento della concentrazione e del problem solving, portando la persona a trovare soluzioni innovative per i problemi che si presentano, oltre che a sviluppare un senso di orientamento allo scopo.

Una ricerca finanziata dall’Unione Europea e coordinata dall’Università di Torino ha valutato i benefici di alcune app che propongono giochi per stimolare le funzioni cognitive e programmi per incoraggiare l’attività fisica. Il cervello delle persone anziane si mantiene in forma con soli 30 minuti al giorno di videogame in 3D: lo dimostra uno studio dell’Università di Montréal e della McGill University di Verdun, pubblicato sulla rivista Plos One.

Secondo una indagine condotta dal dipartimento di neurobiologia e comportamento dell’Università della California, in particolare, i videogiochi immersivi open-world, che contengono un ambiente particolarmente ricco di dettagli, possono aiutare gli adulti a combattere il declino cognitivo a lungo termine.

l training cognitivo

Il training cognitivo è ampiamente diffuso in ambito neuropsicologico e riabilitativo: questa pratica si fonda su un vero e proprio esercizio mentale di alcune funzioni cognitive, specialmente la memoria, permettendo di mantenerle o migliorarle. Può essere svolto dal paziente stesso, da un caregiver o da uno specialista, individualmente oppure in gruppo. 

Le prove seguono un grado crescente di livelli di difficoltà: l’importante è creare un set di esercizi che seguano i principi della ripetitività e gradualità, in modo da non scoraggiare il partecipante. Queste tecniche riabilitative, comunque, sono molto più efficaci se applicate nelle fasi precoci della malattia, in un’ottica di mantenimento delle abilità cognitive residue.

Exergame, che allena contemporaneamente corpo e cervello

Un videogame che agisce in simultanea su corpo e mente, migliorando tanto le capacità cognitive quanto quelle motorie, è Exergame, sviluppato dall’azienda svizzera Dividat, spin-off del politecnico di Zurigo. Il paziente si trova davanti a uno schermo su cui si sviluppa il gioco, in piedi su una pedana divisa in quattro parti dotata di sensori che misurano la forza d’appoggio della gamba, la capacità di coordinamento e l’ampiezza dei movimenti. I partecipanti devono completare con i piedi la sequenza di movimenti indicata sullo schermo: l’esercizio è divertente e questo invoglia ad andare avanti.

Questa tecnologia è stata testata su 45 persone di 85 anni di media, con gravi sintomi di demenza. I risultati, pubblicati sulla rivista Alzheimer’s Research & Therapy, fanno ben sperare: il training con il videogioco ha migliorato le capacità cognitive, la concentrazione, la memoria e il senso di orientamento dei partecipanti. 

Parallelamente, gli esercizi di coordinamento previsti dal gioco hanno anche avuto un effetto positivo sulle funzioni motorie: sono migliorati i tempi di reazione e i riflessi. Questo è un grande traguardo per le persone con demenza: rispondere più rapidamente agli stimoli, infatti, significa avere maggiori possibilità di evitare le cadute.

Il gruppo di ricerca sta adesso lavorando per replicare i risultati di questo studio pilota con persone con deficit cognitivo lieve, un precursore della demenza. L’obiettivo è utilizzare le scansioni in risonanza magnetica per indagare più da vicino i processi neurali nel cervello, responsabili del miglioramento cognitivo e fisico.

Exergame

Sea Hero Quest, un videogioco per riconoscere precocemente l’Alzheimer

Un videogame che simula la navigazione spaziale, sviluppato dall’University College di Londra e dall’Università dell’East Anglia. Si chiama Sea Hero Quest e ha permesso di raccogliere dati su oltre quattro milioni di giocatori: le partite analizzate mostrano un legame profondo tra lo scarso orientamento spaziale e la possibilità di diagnosi precoce dell’Alzheimer prima della comparsa dei primi sintomi clinici. 

Per il cervello, l’esperienza di navigazione virtuale è praticamente indistinguibile da quella che avviene nel mondo reale: partendo da ciò i ricercatori hanno paragonato i risultati del gruppo di controllo con quello del gruppo sperimentale che comprendeva giocatori considerati più a rischio per lo sviluppo dell’Alzheimer, in quanto portatori di un gene associato a questa patologia. 

I due gruppi, secondo i normali test cognitivi in laboratorio, presentavano un profilo non differenziato, ma dallo studio dei dati provenienti dalle partite a Sea Hero Quest, per giocatori della stessa età, sesso e paese di origine, sono invece emerse differenze statisticamente valide in grado di riconoscere l’inizio della malattia.

Labyrinth-VR, le potenzialità della realtà virtuale

Un videogioco in realtà virtuale che può migliorare la memoria in adulti e anziani: i giocatori indossano un visore e navigano attraverso quartieri e aree di dimensioni sempre più grandi, completando missioni di crescente complessità mentre la trama progredisce attraverso 42 livelli. 

È Labyrinth-VR: durante le sessioni, i giocatori camminano sul posto e muovono davvero il proprio corpo, compiendo dunque un esercizio fisico che ne aumenta il flusso sanguigno cerebrale. Questo permette di migliorare anche le prestazioni cognitive generali, e in particolare la memoria: per questo è risultato particolarmente efficace sui pazienti con diagnosi di Alzheimer.

Labyrinth-VR

Idego, il primo videogame per pazienti con sclerosi multipla

I videogiochi possono essere utilizzati anche per lo studio dei disturbi cognitivi nella sclerosi multipla. I ricercatori del dipartimento di neuroscienze e biomedicina dell’Università di Verona hanno messo a punto Idego, un videogame in grado di riconoscere precocemente i segni di una disfunzione cognitiva nella sclerosi multipla prima che i classici test riescano a individuarli.

Lo studio ha coinvolto 71 partecipanti, di cui 51 potenzialmente esposti alla malattia e 20 neurologicamente sani. Il gioco, che funziona su tablet e presto sarà disponibile anche per smartphone, è molto semplice e consiste nel riconoscere rapidamente le figure indicate, ad esempio distinguendo il poliziotto dal malfattore. 

Il software valuta alcuni parametri: velocità di elaborazione delle informazioni e di risposta, attenzione, capacità di concentrazione, accuratezza. Questo permette di monitorare le performance del paziente, indicando eventuali segni di progressione della malattia e individuando quali sono i punti critici su cui lavorare.

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