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Didattica, spazi, valutazione. La scuola si cambia così. Parola di Matteo “BarbaSophia” Saudino

“Cambiare la scuola è difficile, però armandosi di buona volontà, di scarpe e di sudore e di fatica ce la si fa ancora”. Parola di Matteo Saudino, professore di Storia e Filosofia al liceo scientifico Giordano Bruno di Torino, ma anche scrittore, conferenziere e “influencer” col suo seguitissimo canale BarbaSophia. Tra i suoi libri “Il prof fannullone“, pubblicato nel 2017 e, nel 2020, “La filosofia non è una barba“.

Professore, assieme a Chiara Foà lei ha scritto un libricino appassionato e densissimo. Si chiama “Cambiamo la scuola. Per un’istruzione a forma di persona“, edito da Eris quest’anno. Nel libro si parla di scuola come di un’idra a cinque teste. Teste da tagliare?

La scuola parcheggio è una di queste. Per “tagliarla” bisogna iniettare nel mondo dell’istruzione passione e meraviglia.

La scuola parcheggio è una scuola dalle emozioni tristi, dove ogni prospettiva didattica e pedagogica di fatto naufraga in una zona grigia e un grigiore contenutistico ed emozionale. Parlo di una scuola dove si passa il tempo. 

Una scuola che uccide la passione e che ha smesso di essere stimolante. 

Invece la scuola deve fondarsi sulla curiosità, sulla meraviglia, sulla passione. Elementi che poi sono i motori nemmeno immobili di Aristotele, i motori dell’apprendimento. 

Quando c’è passione e meraviglia abbiamo un apprendimento costante e continuo. 

La scuola parcheggio uccide le emozioni. Invece serve meraviglia e passione

Poi c’è la scuola azienda. Altra testa dell’idra da tagliare?

Nella scuola azienda si smette di dare alla formazione e all’istruzione un obiettivo e una finalità politica. Invece la scuola è il luogo politico per eccellenza, perché a scuola si impara a stare con gli altri si impara a rispettare le regole. 

Si impara anche ad avere dei diritti, a godere di libertà perché a scuola si è tutti uguali nei diritti e tutti diversi negli aspetti culturali e sociali. 

La scuola è politica in senso alto, perché è il luogo in cui si insegna e si impara a pensare, in cui si esercita il senso critico e la cittadinanza. É il sale della democrazia antica di Pericle: il parlare e discutere all’interno dell’agorà. 

A scuola si deve fare questo. Parlare degli argomenti del mondo presente, oltre che chiaramente del mondo passato. Cibo, acqua, energia, guerra, pace. Questi argomenti qui. E poi di democrazia, di leggi, turismo, di sport, di musica, di quel che ascoltiamo e guardiamo, di piattaforme e di letteratura, filosofia, scienze e matematica. 

Tutto questo è un atto politico contro la scuola azienda che prepara al mercato del lavoro e basta. Tra l’altro in maniera spesso inadeguata perché il mercato dovrà seguire anche creatività e pensiero pensante.

La scuola centro commerciale cos’è?

Una scuola un po’ figlia dei tempi dove si consumano progetti, si scaricano app, dove tutto è un veloce consumo di appunti, strumenti, contenuti.

La scuola non può essere un centro commerciale, ma deve essere un luogo in cui prevale anche la lentezza e lo stare bene assieme. In cui prevale appunto un’idea di formazione a misura di persona.

Al centro non c’è il consumo bulimico di tecnologia, la corsa sfrenata a svolgere 75.000 progetti. C’è invece un luogo dove ci si ferma a ragionare e a confrontarsi, un luogo di dialogo e di interazione. Eppure questo avviene molto poco. 

Ancora: c’è la scuola d’élite.

Parlo chiaramente di scuola pubblica e statale. Le scuole private ci sono sempre state e sempre ci saranno. In Italia, spesso non sono neppure di alta qualità. Ve ne sono di alta qualità, ma anche di bassa qualità. 

Parlo dunque della scuola pubblica che ad un certo punto si eleva sopra la media e comincia a pensare di essere la scuola che forma la classe dirigente del Paese. C’è la corsa a mandare i figli e le figlie nelle scuole d’élite di questo tipo. Le aziende ci investono e le finanziano, le banche le supportano con i loro progetti. Scuole “bene”, scuole foglia di fico che coprono le problematicità di tante altre scuole impoverite nei decenni.

Le scuole pubbliche d’elite sono un attacco alla democrazia

Scuole d’elite che fanno finta di essere democratiche perché si aprono al territorio come tutte le scuole fanno o dovrebbero fare. Scuole che a volte cadono in errori o orrori: che dicono di avere disabili e stranieri nel depliant. A Roma è successo che una scuola si è divisa: da una parte la sede del centro con i figli della Roma bene, tutto scritto sulla locandina, dall’altra la scuola periferica. Non solo cattivo gusto, ma un attacco diretto alla democrazia.

Infine c’è la scuola della burocrazia.

Pericolosissima. Trasforma la scuola in una sorta di Brazil di Terry Gilliam dove l’insegnante diventa un impiegato, invece che un intellettuale che si sporca le mani. Qui  l’insegnante burocrate è quell’insegnante che progressivamente si spegne, che non ha preoccupazioni pedagogiche, che non ha passione.

Ma la passione non può essere solo quella dello studente o della studentessa perché la passione deve arrivare prima di tutto dall’insegnante. Una passione intellettiva, direbbe Aristotele.

La scuola della burocrazia è senz’anima, senza eros per citare Platone. Nel senso che il filosofo erotico è attratto dal bello e dunque insegue la verità ed è mosso da quella tensione che è tipica dell’innamorato. Ecco, gli insegnanti devono essere innamorati per passione. 

Professore, se lei volesse hackerare la scuola che farebbe?

Partirei dalla didattica, che deve essere un laboratorio orizzontale, più partecipativo e più dialogato. 

Seconda cosa cambierei gli spazi. Servono spazi più ampi ma anche spazi diversi, più belli. Le scuole sono migliorate negli anni ma alcune sono veramente rimaste brutte, strutture in cui si vedono i danni del tempo. Invece serve il verde, i laboratori, aule e spazi ampi e belli.

Poi servono scuole capaci di costruire: sui ragazzi e con i ragazzi. Non dove contenuti e percorsi piovono dall’alto. 

Per chiarire: il ruolo del docente deve distinguersi sempre da quello di discente, ma serve più orizzontalità e circolarità. Certo, una volta c’era un mondo fisso e immobile, oggi invece c’è l’aggiornamento continuo spinto dall’accelerazione tecnologica e per l’aggiornamento c’è bisogno di imparare, e per imparare serve imparare ad imparare. 

La scuola non è un riempimento, non è trasmissione solo di contenuti, è un luogo di crescita, dove accendere i fuochi, innescare curiosità, dove interpellare gli studenti. 

Chiedete ai ragazzi: quante volte parlate in classe? Quante volte venite chiamati in causa? Alcuni vi diranno che non intervengono mai. 

Quel che andrebbe smontato, quel che non sopporto è invece l’insegnante che si è burocratizzato, che non si assume la responsabilità di essere un maestro intellettuale, di essere o dover essere una persona che stimola, che fa mettere in gioco e che si mette in gioco. 

La sfida pedagogica è sempre un rischio. Non ci si può trincerare, altrimenti la scuola si trasforma in un cimitero, in una trincea morta. Creatività, rielaborazione. Servono ovunque: dalla scuola professionale al liceo classico. 

E il ruolo della tecnologia qual è?

La tecnologia serve, ma deve essere guidata politicamente e filosoficamente. La tecnologia è uno strumento per migliorare gli apprendimenti, le prestazioni, ma anche le relazioni. 

Con un drone possono uccidere le persone, ma posso anche fare belle fotografie dall’alto. Con questo esempio voglio dire che la tecnologia è sempre un mezzo, uno strumento nelle mani di chi lo utilizza.

Devi capire se quel bastone servirà per costruire altri bastoni e fare del male, oppure se servirà per costruire una capanna. La tecnologia che ci serve non deve essere usata per dire “la mia scuola vince sulle altre”.

Professore, nel suo libro assieme a Chiara Foà lei cita Calamandrei. Un bel passaggio che definisce la scuola come un organo costituzionale. 

Calamandrei pensava che i valori e i principi sanciti dalla Costituzione si potessero realizzare solo in uno Stato che ha una scuola pubblica, gratuita, accessibile a tutti e a tutte, che costruisce giustizia, libertà, pari opportunità, mobilità sociale.

Per questo la scuola è un organo costituzionale, perché va ad attualizzare, trasforma dalla potenza all’atto il valore della Costituzione. Emancipa l’essere umano. 

Se la scuola non fa questo allora non funziona. Nel libro chiediamo una “svolta umanistica”, una svolta in cui la scuola metta al centro la persona e la sua emancipazione. 

Torniamo al tema del cambiare la scuola, dell’hackerarla. Partiamo dagli spazi.

Come cambiare? Con spazi aperti, dove si può insegnare per molti mesi l’anno all’aperto. 

La didattica.

Più laboratori che coinvolgano teoria, prassi e intelletto. 

I sistemi di valutazione.

Il voto è da abolire, e tutto il sistema di valutazione alle superiori è da ripensare. Meno numeri, più frasi per descrivere i ragazzi e le ragazze nelle loro attività di apprendimento. 

La motivazione dei docenti, come la si hackera?

Bellissima domanda. Attraverso il miglioramento delle condizioni di lavoro a partire da quelle retributive, ma poi anche lavorando molto sul reclutamento. L’insegnamento deve essere la tua prima scelta, non la seconda o la terza.

Gli insegnanti si possono hackerare motivandoli a mettere al centro le loro discipline e trasmettendo la capacità di valorizzare gli studenti, interrogando ma facendosi anche interrogare da loro.

Come hackerare i programmi?

Aprendoli al presente e facendoli dialogare col passato. Vale per l’arte o per la letteratura, la storia, la filosofia, le scienze e la biologia. 

Le materie scientifiche vanno portate vicino ai grandi problemi dell’oggi, per innescare la curiosità degli studenti.  Serve il giusto equilibrio. Platone e Aristotele sono indispensabili come alcuni filosofi del novecento. 


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