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I migliori libri in italiano per un 2023 trasformativo

 

“Sono spiacente, ma non posso fornirti una lista dei migliori libri in italiano usciti nel 2022, poiché il mio knowledge cutoff è il 2021 e non posso accedere a informazioni aggiornate sui libri pubblicati dopo questa data. Ti consiglio di fare una ricerca online o di chiedere consiglio a librai o bibliotecari per trovare i migliori libri in italiano usciti di recente.”

Ho chiesto al nuovo chat bot di OpenAI quali sono i migliori libri usciti nel 2022, sperando in un aiuto dell’intelligenza artificiale per realizzare un post di inizio anno con un po’ di consigli su libri da acquistare o regalare (ma anche farsi regalare).
Mi aveva impressionato, e un po’ inquietato, l’intervista senza editing rilasciata dal bot a Andrea Zanni sul quotidiano Domani ed ero pertanto molto fiducioso. 

Purtroppo la risposta è stata deludente ed è così che sono andato a spulciare nella mia libreria recente, sia fisica che digitale. 

Ne è venuto fuori un racconto che contiene i titoli di 53 libri e di una rivista, da esplorare come se fosse un calendario dell’avvento per change-makers. 

Spero possa divertirvi così come mi sono divertito io a scriverlo; e magari offrirvi spunti per buone letture da fare in questo inizio 2023. 

Ps 
Nel racconto ci sarebbe anche il titolo di un libro che volutamente non ho linkato. 

È, a mio parere, uno dei più interessanti tra quelli letti negli ultimi anni. 

Aiutino? È del 2020 “e più non dimandare” avrebbe detto il poeta, quello vero. 

In ogni caso se scopri il libro nascosto scrivimi (bibi.bellini[at]change-makers.cloud) che te ne regalo uno (o un fumetto se preferisci!).

Racconto per iniziare il 2023 per Change-Makers

Il moralista militante si indignava spesso. 

Ogni qual volta che si imbatteva in Piattaforme digitali e produzione culturale,  non perdeva l’occasione per chiosare, criticare o infierire su frasi proferite oppure sul format utilizzato. 

Quel giorno lo aveva attratto una trasmissione tv dal titolo stuzzicante, Sex and climate  e gli venne in mente La primavera silenziosa di Rachel Carson, un libro che aveva letto anni prima e che gli aveva fatto capire l’importanza di proteggere l’ambiente. 

Era stanco di vivere in una società del Dominio, dove solo pochi avevano il potere e il denaro, mentre la maggioranza della gente lottava ogni giorno per sopravvivere confermando la Teoria della classe disagiata. Era stanco di un mondo di Diseguali con troppa gente ingiuriata dalla necessità e dalla ricchezza dei Gigacapitalisti; stanco che il suo Paese fosse etichettato come L’Italia dei divari.

Fu così che qualche tempo dopo, mentre camminava per Sentieri metropolitani si imbatté in un gruppo di attivisti che stavano distribuendo volantini per sensibilizzare la popolazione su Conversione ecologica e stili di vita.  

Noi esseri ecologici” era il grido di battaglia dei manifestanti, che sfilavano con cartelli con scritto “Plant revolution“. 

Era questo il nome di un movimento di giovani attivisti che mirava a promuovere un’economia sostenibile e a proteggere l’ambiente dall’inquinamento e dallo sfruttamento.

Noi“, pensò il moralista, dobbiamo fare la nostra parte per proteggere il pianeta e la vita sulla terra e Plant revolution gli sembrò un ottimo modo per iniziare”, ma anche per conoscere Greta la portavoce del gruppo: un fiera ricercatrice di biologia con una chioma rasta di commovente  bellezza e un phd conseguito alla scuola Normale di Pisa dove aveva discusso un lavoro dal titolo Metamorfosi – siamo un’unica sola vita.

 In un mondo all’insegna dell’avidità e del profitto il moralista, che nel frattempo si era segretamente innamorato di Greta, decise che era arrivato il momento di lottare contro quelle che lui chiamava Le mani invisibili del nostro scontento.

Era sempre stato interessato alla lotta per la giustizia e l’uguaglianza, e aveva studiato a fondo Le tecniche della non violenza per combattere la sua battaglia in modo pacifico. La sua vita era infatti un Elogio della disobbedienza civile e la sua forza era quella Della gentilezza e del coraggio.

Purtroppo, però, non tutti la pensavano come lui e il moralista, che non brillava certo per tenacia, cominciava a vacillare nei suoi propositi rivoluzionari. 

Il lavoro non ti ama” gli disse un giorno un passante scettico, mentre prendeva un volantino. “Come si può pensare di cambiare il mondo se non ci sono soldi in gioco?”. 

In quel momento il moralista farfugliò confuso alcune parole, ma subito Greta, vedendolo in difficoltà, si inserì decisa nella discussione urlando a quell’uomo “Perché oggi non è possibile una rivoluzione?”.

“Non si vive solo di soldi ma anche di valori come giustizia, equità e rispetto per l’ambiente” e concluse con un perentorio “Oltre il green-washing c’è un mondo migliore che aspetta solo di essere costruito!”.

Nonostante le difficoltà e gli scetticismi, La rivoluzione della cittadinanza attiva prese piede e il moralista, sempre più invaghito di Greta, ma troppo timido per dichiararle il suo amore, continuò a lottare insieme ai suoi compagni per un mondo migliore. 

Capirono presto che bisognava allargare la base attiva del movimento e proposero perciò  un’alleanza strategica con un gruppo di  Manager cooperativi che da decenni lavoravano per un’alternativa al vigente modello di sviluppo economico centrato sul mantra  Il mercato rende liberi e altre bugie del neoliberismo.

Insieme ai Manager cooperativi, si resero presto conto che c’era ancora molto lavoro da fare, ma erano pronti a lottare pur di vedere affermarsi  L’impresa circolare e la Primavera ambientale che sognavano.

Ma la strada verso il cambiamento non era facile, e il gruppo si trovò ad affrontare molti ostacoli. Dovettero infatti contrastare la resistenza delle grandi aziende e delle élite economiche, che volevano mantenere il loro potere e il loro profitto a ogni costo.

E anche tra i cittadini non tutti erano d’accordo con le loro idee. C’erano molti che credevano ancora nei vecchi modelli di sviluppo basati sull’avidità e sulla competizione, e che facevano di tutto per ostacolare i loro sforzi.

Nonostante tutto questo, il cambiamento era inevitabile e fu così che giunsero anche i primi risultati.

L’energia rinnovabile, fu fondamentale per ridurre le emissioni di CO2 e proteggere l’ambiente dal riscaldamento globale. Ma nonostante questi successi, sui media il titolo più ricorrente continuava ad essere lo stesso:  Un mondo in crisi.

Tutt’altro che demoralizzato il movimento, ormai sempre più affermato e numeroso, decise di non arrendersi e di continuare la battaglia, sfruttando di più il potere della narrazione e della cooperazione per costruire un mondo migliore. 

Con La via della narrazione come guida, il gruppo riuscì a raggiungere molti altri traguardi, attraverso tre progetti che riscossero molto seguito “L’economia della ciambella”“Il mutuo appoggio fattore dell’evoluzione”  e “L’economia è cura”, che contribuirono a creare una società un tantino più equa e sostenibile.

Ma c’era un altro problema da affrontare: l’avvento dell’intelligenza artificiale. All’inizio Greta e il moralista erano convinti della necessità di un’Etica dell’intelligenza artificiale, ma presto si accorsero di come questo approccio liberal-tecnocratico fosse ingenuo visto che l’AI non era  Nè intelligente, nè artificiale e che serviva ben altro per riconquistare La felicità negata.

Serviva La rivolta della cooperazione per diffondere Il manifesto del lavoro utile e sensato, unico antitodo per uscire dal loop “Produci consuma crepa”, sostenevano i manager cooperativi, i quali  da tempo sostenevano che il vero successo non poteva essere misurato solo in termini economici, ma anche in termini di benessere e soddisfazione dei lavoratori e della comunità.

Serviva passare Dall’avidità alla cura e coordinarsi a livello transnazionale Per una costituzione della terra capace di affermare con forza che Il profitto e la cura sono, e sempre saranno, incompatibili.

E serviva anche un po’ di sano Vivere slow per consentire quella necessaria Velocità di fuga proposta da un giovane filosofo siciliano, capace col suo linguaggio schioppettante e colorito di decantare, tra un “minchia” e un “suca” le virtù di una vita semplice e offlife. 

Fu così che per mettere ordine tra le tante anime e suggestioni che maturavano in seno al movimento, si decise di ritrovarsi un weekend per definire le azioni future. 

Il workshop che organizzarono, in un rifugio alpino, ebbe un successo straordinario. Il movimento nato su basi ambientaliste ormai era diventato un coordinamento internazionale di gruppi di attivisti all’insegna della biodiversità delle istanze. 

C’erano le donne del movimento Il futuro del lavoro è femmina e gli attivisti di Pensare la fine che reputavano  indispensabile la pratica di un pessimismo attivo e creativo, anziché la predicazione di un ottimismo ottuso.

Molto applaudito fu l’intervento di Paul Beatriz, un filosofo spagnolo in transizione di genere, che offri alla platea un discorso appassionato dal titolo  Sono un mostro che vi parla.

Un contributo importante fu anche quello di Andreas un professore svedese che incitò tutti a innalzare il livello del conflitto, pur rimanendo dentro la cornice della non violenza. Il suo intervento per certi versi provocatorio si incentrò su Come far saltare un oleodotto.

Alla fine delle due giornate,  eccitati e fiduciosi, gli attivisti decisero all’unanimità di occupare le aule del Parlamento italiano per spiegare agli eletti Che cos’è la transizione ecologica.

La protesta fu memorabile e suscitò una vasta eco sui principali media nazionali e stranieri tanto che presto altre città e nazioni decisero di unirsi alla lotta accomunati dallo slogan “Green too Green” che in Italia fu tradotto con Verde anzi Verdissimo.

Ma non tutto andò per il verso giusto.

Lo sgombero dell’aula del Senato da parte della celere, fu una vera mattanza incitata dalla voce roca del Presidente La Bussa e tanti attivisti furono smistati in ospedale o in carcere. Tra questi ultimi c’era Greta presa In contrattempo mentre cercava di sgattaiolare in quel bailamme di Detti e contraddetti.

Il moralista invece riuscì a dileguarsi e il giorno successivo,  dopo essersi camuffato con parrucca barba finta – la sua foto segnaletica era su tutti i giornali – si presentò in carcere per un colloquio con Greta. 

Le aveva portato un libro in regalo, Quijote l’ultimo scritto di Salman Rushdie e già pregustava il suo sorriso, quando vedendola esclamò “Cosa ti hanno fatto ai capelli?”. 

Erano tagliati a zero e esaltavano i suoi lineamenti rotondi rendendola forse ancora più bella! 

“Non ti agitare Stefano, sono stata io” disse Greta, “li ho tagliati in solidarietà con le donne iraniane e poi c’era un piccola ferita da manganello che così si può medicare meglio”.

“Stai bene…sei bellissima anche cos…ì” disse il moralista con occhi acquosi dove Greta si specchiò, per scivolare per la prima volta verso le sue labbra. 

Lo baciò e poi gli disse “E se smettessimo di fingere?“.

Un raggio di sole fece capolino dalla finestra della cella e illuminò quel momento quasi volesse annunciare una nuova era di Neomutualismo

L’Utopia sostenibile tanto agognata, in cui ognuno poteva vivere in pace, giustizia e armonia con gli altri.

Dedicato a Stefano Rodotà, moralista e laico militante, che nel 2023 avrebbe compiuto 90 anni.

Change-Makers è il magazine digitale che racconta idee, storie, protagonisti del cambiamento. Scriviamo di cooperazione e innovazione sociale, ambientale, economica, digitale, organizzativa, etica e filosofica.
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