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La scuola italiana ha bisogno di ignoranza creativa. Intervista a Piero Formica

La conoscenza creativa è un viaggio verso l’ignoto dove le mappe si disegnano mentre camminiamo, mentre la conoscenza come la intendiamo noi è trovare sentieri dentro mappe note. Guardare le mappe è importante, ma non basta”.

Parla Piero Formica, professore di economia della conoscenza di fama internazionale. Nella sua carriera Formica si è occupato di innovazione e ha scritto numerosi libri tra i quali “Parole e voci dell’innovazione. Per una cultura del mutamento”, edito da il Mulino.

Per Formica la scuola deve agire affinché gli allievi apprendano come disegnare mappe inedite, e non solo.

Professore, c’è un problema nella scuola italiana?

Sui giornali si leggono molte storie di aziende che lamentano carenza di manodopera e competenze. Certamente la scuola può aiutare, ma il suo compito è soprattutto quello di preparare i giovani alla loro vita futura di lungo termine, non di breve termine.

Se io faccio frequentare la scuola professionale a un ragazzo posso trasformarlo domani in un operaio molto brillante, ma cosa succederà quando l’algoritmo cancellerà il suo lavoro? Che farà quel giovane se è sprovvisto di strumenti per cambiare?

É un problema solo italiano?

No, anzi. Sono stato per anni in Asia e ho notato che anche lì c’è il problema della memorizzazione, cioè del rispondere alle domande imparando a memoria le risposte. Ma la memorizzazione uccide l’immaginazione. Però noto come il mondo asiatico si stia sforzando di risolvere il problema.

Anche perché se ci riflettiamo noi possiamo pure imparare tutto sul sistema tolemaico, ma quando scopriamo che Tolomeo aveva torto che facciamo? Serve una scuola che ponga problemi, che coinvolga i ragazzi e li intrighi, che proponga laboratori scientifici e umanistici.

Perché nella scuola a volta c’è questa rigidità?

La scuola abitua a pensare secondo schemi standard. Se io sono un professore di macroeconomia posso chiedere agli studenti che cos’è il Pil. C’è una sola risposta perché il Pil è uno standard globale nato negli anni trenta del secolo scorso e così via.

Ma io sono un professore di economia della conoscenza, e non posso certo pretendere che ci sia una risposta univoca alla domanda ‘cos’è l’innovazione?’.

Una risposta unica non c’è e non ci deve essere.

Lei parla spesso di ignoranza creativa, di che cosa si tratta?

L’ignoranza creativa è una cosa molto semplice: porsi delle domande. Se non lo si fa si corrono dei rischi.

Faccio un esempio: quando si vive dentro un mondo di conoscenze se ne vuole sapere sempre di più, si vuole entrare dentro il pozzo di quelle conoscenze. All’inizio si vede ancora il cielo, poi non più, e per tornare all’esempio di Tolomeo: quando ci siamo addentrati nel pozzo tolemaico della conoscenza, quando siamo arrivati in fondo, che succede se scopriamo che quel sistema è sbagliato? Che sappiamo tutto di nulla.

Ci sta dicendo che bisogna uscire dal seminato?

Farò un altro esempio, che riprendo dal grande storico Carlo Cipolla. Quando inventarono le barche a vapore i costruttori di velieri risposero con modelli di barche a vela sempre più performanti. Continuarono a consultare le loro mappe, a battere le strade a cui erano abituati. Alla fine i battelli a vapore, inizialmente lenti e pericolosi, surclassarono i battelli a vela.

Chi ha in mano la mappa si preoccupa di tutti quelli che stanno guardando quella mappa, ma non si preoccupa di chi è fuori dal suo mondo, perché gli attacchi decisivi arrivano fuori dal tuo mondo, dal contesto in cui sei abituato a operare.

Lei dice che l’ignoranza segue la conoscenza, non la precede.

Dove ci porta questo? Ci porta innanzitutto ad avere una mente orientata non solo alle competenze, ma che è capace di estrarre idee straordinarie. C’è una ricerca internazionale pochissimo citata che dice così: il 92% delle persone risultano essere geniali prima della scuola primaria, quando poi entrano a scuola questa percentuale si riduce drasticamente.

Dove ci porta questo pensare estroverso? Ci può portare in tantissime direzioni, generalmente sono direzioni le quali non trovano subito un aggancio alla realtà e quindi hanno dei tempi lunghi. Servono istituzioni, governi, comunità, persone, che hanno pazienza e aspettano le idee originali che via via possono essere portate alla realizzazione.

Se non c’è visione a lungo termine, risorse pazienti che sanno attendere, un paese non può fare innovazione. Infatti, l’economia italiana è basata perlopiù sull’innovazione incrementale. Cioè saper fare meglio quel che si sa già fare.

Nel passato non è sempre stato così. Pensiamo a Adriano Olivetti, che concepì l’informatica. Oppure Piaggio, il creatore della Vespa. Questo tipo di creatività è quel che dobbiamo incoraggiare, ma il paese non ha una visione a lungo termine perché si è troppo dentro il pozzo delle competenze acquisite, e le imprese sono egoiste.

Se dovesse hackerare la scuola oggi cosa farebbe?

Seguirei Giovanni Papini e il suo “chiudiamo le scuole”, e poi le riaprirei su nuove basi.
La questione di fondo è che lo Stato dovrebbe ribaltare tutto, se non succede sono le famiglie che dovrebbero cambiare i loro modelli di vita e spendere soldi per un’istruzione innovativa.

Per essere concreti meglio non comprarsi una seconda casa e destinare risorse all’istruzione innovativa.

E chi non può permettersi una seconda casa?

Lo Stato intervenga con sue risorse, ma ricordiamoci che l’impiego pubblico non può essere una sinecura.

Cosa voglio dire? Che la sicurezza e lo status quo non producono trasformazione.

Un grande professore, Giacomo Vaciago, scrisse anni fa sul Sole 24 Ore che tutti i docenti universitari dovrebbero essere licenziati e riammessi a insegnare con incarichi settennali eventualmente rinnovabili.

Come si può cambiare l’apatia che a volte attraversa le aule scolastiche?

L’apatia c’è perché lo studente sa che dovrà imparare passivamente, non in maniera creativa e dubitativa. Spiegare il Pil si può, ma il docente creativo mostra i limiti del concetto del Pil.

Spieghiamo: se abbiamo un prato, bellissimo e disponibile a tutti, noi possiamo respirare perché ci sono alberi che ce lo fanno fare, ci sono api che impollinano i fiori e così via.

Poi però qualcuno ci dice che dobbiamo avere standard di vita alti, allora al posto del prato costruiamo un edificio di 5 piani.

Il Pil aumenterà? Certo.

Per questo gli economisti sono diventati contabili e non filosofi sociali, stanno dentro la loro scatola buia. Ma la scienza economica si sviluppò, ricordiamolo, come filosofia sociale. Bisogna sapere mischiare assieme fisica e filosofia, economia e letteratura.

Ci fa un esempio?

Prendiamo la Grande Depressione americana. La possiamo apprendere attraverso gli indicatori economici degli anni ’30, ma se vogliamo capire il concetto qual è la fonte migliore se non il romanzo Furore di Steinbeck.

Capite che serve una rivoluzione, ma le rivoluzioni sono dolorose. Molti evitano il conflitto cognitivo e cercano il consenso. Invece il conflitto di idee è produttivo.

La scuola può e deve essere un ambiente aperto. Abbattute le mura di cinta, appare un paesaggio senza confini. Gli allievi lo possono attraversare anche digitalmente.

Nel Regno Unito, nella città universitaria di Cambridge, il Cambridge Learning Gateway consente di partecipare a quella comunità accademica ricorrendo anche al digitale organico.

Cos’è il digitale organico?

Si dice che noi siamo vicinissimi uno all’altro se ci troviamo faccia a faccia, così da poter facilmente comunicare.

Questo è vero ma nello stesso tempo è falso, dipende.

Io, in ufficio non mi posso scegliere i miei vicini, ad esempio, i miei vicini li ha scelti un superiore. Visitando alcuni anni fa il quartier generale di Google ho capito che i team si formano spontaneamente e il loro capo è scelto dai partecipanti.

L’ambiente del team è fisico, online ed ibrido mediante le piattaforme digitali. È questo il digitale organico, capace di progettare situazioni tali da spronare il colloquio tra persone che interagendo suscitano conflitti cognitivi.

Change-Makers è il magazine digitale che racconta idee, storie, protagonisti del cambiamento. Scriviamo di cooperazione e innovazione sociale, ambientale, economica, digitale, organizzativa, etica e filosofica.
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