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L’economia della ciambella che può cambiare le imprese

Erinch Sahan è famoso perché assieme a tanti altri economisti sta diffondendo in tutto il mondo un’idea chiamata “doughnut economics“, l’economia della ciambella. Un’idea semplice e al tempo stesso potente elaborata nel 2012 dall’economista dell’università di Oxford Kate Raworth. Un’idea, quella di raccontare visivamente l’economia del 21 esimo secolo attraverso la metafora della ciambella, che ora ha anche una comunità al lavoro per trasformarla, da proposta teorica qual è, in un vero e proprio movimento capace di rivoluzionare il mondo delle imprese.

“Cos’è l’economia della ciambella? Si tratta di una bussola per raggiungere la prosperità in questo secolo”, ha detto Erinch Sahan intervenendo alla presentazione del secondo Bilancio di sostenibilità di Coopfond, il Fondo mutualistico per la promozione cooperativa alimentato dal 3% degli utili annuali di tutte le cooperative aderenti a Legacoop.

Come funziona l’economia della ciambella

Di fronte ad una platea di cooperatori Erinch Sahan ha raccontato cos’è e come funziona l’economia della ciambella. Il bordo interno, ha spiegato, indica i bisogni essenziali delle persone che non dovrebbero mai venire meno: casa, acqua, energia, uguaglianza di genere, equità, pace e giustizia, educazione, salute, cibo, lavoro e salario, libertà politica. Chi finisce nel buco della ciambella è dunque quella fascia di popolazione che a quei bisogni primari non ha risposta. 
Il bordo esterno del disco invece rappresenta i limiti ambientali del pianeta. Andare oltre porta all’overshoot, alla domanda di risorse che supera la capacità rigenerativa del pianeta, al disastro climatico e planetario.

“Dobbiamo assicurarci – ha spiegato Sahan – che nessuno finisca dentro al buco centrale, ma anche che si operi all’interno delle risorse finite del pianeta senza andare oltre il consentito”. E’ quindi lì, all’interno dei limiti del disco, che si devono cercare le risposte alle sfide economiche e sociali del futuro. 

Interpellato sul tema da Coopfond, Sahan ha detto la sua su quel che sta succedendo a livello politico in merito ai temi della sostenibilità e delle scelte normative in Europa. “I decisori politici non sono abbastanza ambiziosi – ha spiegato – Stanno provando a rendere le imprese meno cattive, ma quel che serve è un nuovo tipo di business che abbia nel suo DNA gli obiettivi della sostenibilità. Non ci servono imprese un po’ più trasparenti, un po’ più interessate ai diritti umani, un po’ più attente a ridurre l’impatto ambientale. Cercare di centrare solo questi obiettivi vuol dire avere un’immagine limitata a quel che già esiste, non a quel che sarà”.

Per Sahan dunque la sfida dunque è quella di costruire “un’economia radicalmente differente da quella che conosciamo“.

Quali alternative al business as usual?

Che fare? Bisogna puntare sulle imprese sociali, alternative, cooperative. “Modelli e alternative per trasformare l’economia” e andare oltre al paradigma attuale, quello di imprese “che ci hanno portato al disastro guardando unicamente alla crescita dei profitti e prestando attenzione all’ambiente e al sociale quando conveniva loro farlo”. 

“Non siamo condannati a convivere con questo modo di fare business per sempre”.

“In tutto questo le cooperative possono avere un ruolo“. Ad esempio realizzando il loro vero potenziale, “che è enorme”, innovando in termini di idee, settori di attività, proposte, aprendo ai giovani e alle nuove energie.

C’è l’esempio della cooperazione di piattaforma che sta decollando ed avendo successo in alcune aree dell’economia, ma le possibilità di crescita del modello cooperativo sono molto più ampie.

“Le cooperative devono discutere di più su come sono strutturate e su come disegnare un’impresa, perché il movimento cooperativo ha fantastici modelli da proporre e per farlo deve essere aperto alla novità, fresco, disponibile ad accogliere i giovani. Le cooperative non devono ripetere tutto il tempo che i loro modelli e principi sono quelli giusti, altrimenti la gente semplicemente le ignorerà, dirà ‘ok, dicono sempre le stesse cose da anni'”.

La prospettiva invece dovrebbe essere quella di aprire nuove possibilità: di fare in modo che si possa scegliere di progettare in maniera differente l’impresa del futuro. 

Cosa non va quindi nel business as usual fatto di quote azionarie, capitali, profitti e dividendi? “Il problema è che tutto il potere è dato al capitale, che acquista così una supremazia sul lavoro e proprio per questo distrugge le società e il pianeta”, ha detto Sahan citando i lavori del celebre economista francese Piketty. 

L’economia della ciambella per ripensare le imprese

“Se costruisci la tua impresa in modo da remunerare chi ha più capitale da investire, allora stai ponendo l’accento sulla diseguaglianza, in azienda ma anche nel mondo perché questo modello di business oggi sta dominando ovunque. Eppure è un modello non naturale, perché non è naturale occuparsi di una foresta, di un fiume o di una montagna attraverso società che puntano a massimizzare i profitti e a remunerare gli azionisti. Siamo noi ad avere creato questo sistema e ad averlo messo nei nostri ordinamenti”. 

Il tema centrale, ha ribadito Erinch Sahan, resta allora quello di riprogettare le imprese, di ripensarle “nei loro rapporti di governance, negli schemi proprietari, nelle fonti finanziarie a cui attingere, nei loro scopi”. La strada, ha concluso, è proprio quella che le cooperative stanno percorrendo da anni. Perché il modello mainstream ha dimostrato di avere creato processi che “stanno distruggendo il pianeta e abusando delle persone. Un modello da cambiare radicalmente“.

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