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La transizione energetica sta creando milioni di nuovi schiavi

Nel mondo, sono 100 milioni le persone sfruttate per estrarre metalli e minerali rari necessari per produrre le batterie delle auto elettriche, i pannelli fotovoltaici e i convertitori di energia dell’eolico.

Tecnologie fondamentali per la transizione energetica in corso. Una transizione che sta creando milioni di nuovi schiavi.

La ricerca “Ridurre le malattie e il tasso di mortalità nelle piccole miniere artigianali”, realizzata dai 180 scienziati indipendenti del Collegium Ramazzini, mostra come negli ultimi anni l’estrazione artigianale di minerali sia aumentata e come, paradossalmente, un fattore chiave di questa crescita sia proprio la mitigazione del cambiamento climatico.

La transizione ecologica si basa su materie prime limitate

Materie prime come litio, cobalto, nichel, manganese, platino, cadmio, molibdeno, neodimio e indio sono fondamentali per la produzione di celle solari, turbine eoliche, batterie ad alta efficienza e veicoli elettrici.

Si tratta di prodotti chiave per la transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio. La Banca mondiale prevede che i sistemi di energia rinnovabile richiederanno molti più minerali e metalli rispetto agli attuali sistemi di approvvigionamento energetico basati su combustibili fossili, e che la domanda globale continuerà ad aumentare per diversi decenni.

“Si tratta di materie prime che non sono inesauribili e che avranno un costo sempre più elevato”, spiega a Change-Makers Fiorella Belpoggi, direttrice scientifica dell’Istituto Ramazzini e membro del Collegium Ramazzini.

“Anche per questo, la Cina sta comprando tanti terreni in Africa, per prelevare i minerali senza intermediari, e di fatto mettere in pratica direttamente lo sfruttamento. Teniamo presente però che questi materiali sarebbero riciclabili, ma in pochissimi lo fanno: la grande maggioranza delle vecchie batterie delle auto elettriche non vengono recuperate”.

Lavorare come nuovi schiavi

Lavorare nelle piccole miniere che si occupano di estrazione artigianale di minerali è però una delle occupazioni più pericolose al mondo: l’inquinamento è fortissimo, le condizioni di lavoro sono massacranti e le paghe sono molto basse.

La Banca mondiale stima che in tutto il mondo sono 100 milioni i bambini, le donne e gli uomini che ci lavorano, in particolare in aree rurali remote di paesi poveri, soprattutto Repubblica Democratica del Congo, Rwanda, Nigeria e Senegal: milioni di nuovi schiavi, che registrano tassi elevati di malattie, lesioni o morte prematura.

“L’elemento comune di queste materie prima è l’elevata tossicità, e dunque la necessità di maneggiarle con molte precauzioni”, afferma Belpoggi.

“Invece i lavoratori nelle miniere scavano anche a mani nude, o con piccole pale. Respirano le polveri che si liberano quando si rompono i ciottoli e inalano silicati, che causano gravi problemi polmonari. E vivono vicino alle cave: queste sostanze sono altamente cancerogene e fanno sì che l’organismo sviluppi tumori molto velocemente”.

“In più, i metalli pesanti sono neurotossici e compromettono lo sviluppo del cervello nei bambini, che presentano ritardi mentali e disturbi del comportamento. Se pensiamo che in questi luoghi avvengono anche maltrattamenti, abusi sessuali e violenze, ci rendiamo conto che siamo davvero davanti a un esercito di nuovi schiavi”.

Il primo passo, per fermare questo meccanismo, è quello di informare le persone: “Acquistando una macchina elettrica la gente pensa di fare del bene, mentre invece senza saperlo fa del male. Dobbiamo cambiare le nostre coscienze: quando compriamo un telefonino, o un pannello fotovoltaico, dobbiamo chiederci da dove viene la materia prima. La sostenibilità è una parola sola, ma contiene al suo interno centinaia di declinazioni”.

La denuncia di Amnesty International

Da anni Amnesty International ha sollecitato i principali produttori di auto elettriche a informare i consumatori sulle verifiche che stanno facendo per assicurare che la catena di rifornimento non si basi sul lavoro minorile.

“Alcuni hanno fornito qualche vaga informazione sulla filiera, altri si sono impegnati a farlo, ma in generale le informazioni sull’impatto delle attività estrattive sui diritti dei minori non ci sono e non vengono valutate dalle aziende”, dichiara a Change Makers Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia.

È un inganno che si produce ai danni dei consumatori”.

Più della metà delle riserve mondiali di cobalto, componente fondamentale delle batterie al litio che alimentano le auto elettriche, si trova nella Repubblica Democratica del Congo, dove Amnesty ha calcolato che il 20 per cento sia estratto a mano. L’organizzazione ha denunciato che bambini anche di soli sette anni lavorano in condizioni terribili nelle miniere artigianali, senza la minima protezione, anche 12 ore al giorno per uno o due dollari.

Nel 2019 è stata lanciata la campagna per chiedere una batteria completamente etica entro cinque anni, che non rechi danni ai diritti umani e all’ambiente per tutto il suo ciclo di vita. L’attenzione è su tre punti:

  • l’estrazione, attraverso la mappatura della catena dei fornitori, chiedendo che l’impatto sui diritti umani sia identificato, prevenuto e affrontato;
  • la produzione, con la tutela del diritto al lavoro e i diritti sul posto di lavoro, tra cui quelli alla salute, alla non discriminazione e all’uguaglianza;
  • riciclo e smaltimento, prevenendo o penalizzando lo smaltimento e gli sversamenti illegali o pericolosi.

“Il 2024 ormai è vicino, ma l’industria dei veicoli elettrici non ha fatto passi avanti sulla creazione di una batteria etica”, conclude Noury.

La scuola, un’alternativa per i bambini delle miniere

Per contrastare il lavoro minorile nelle miniere, le organizzazioni internazionali stanno attivando progetti per costruire scuole e servizi: l’alfabetizzazione è un passo fondamentale per far uscire i bambini dalla spirale dello sfruttamento. Tra le ong c’è Still I Rise, che ha aperto una scuola di emergenza nel sud del Congo, a Mutoshi, non lontano da una delle più grandi e prolifiche concessioni minerarie della città.

La scuola accoglie bambini dai 9 ai 14 anni: “Incappare in bambini minatori è la regola, ad ogni ora del giorno”, racconta a Change-Makers Giovanni Volpe, che si trova sul campo a Mutoshi.

“La nostra scuola permette ai ragazzi di recuperare, in massimo tre anni, tutti gli anni di istruzione persi a causa del lavoro minorile. Questo significa che uno studente che ha abbandonato la scuola o che non c’è mai andato potrà, grazie al nostro programma educativo accelerato, acquisire tutte le competenze richieste dalla scuola primaria e passare direttamente alla scuola secondaria”.

Questa scuola offre inoltre uno spazio sicuro sei giorni su sette, due pasti caldi al giorno, e un supporto economico mensile alle famiglie fatto di pacchi alimentari e sanitari.

Dal momento in cui un bambino è in grado di frantumare pietre, lavarle o addirittura estrarle e trasportarle, può lavorare”, spiega Volpe.

“È comune tra i genitori il fatto di portarsi i bambini in miniera fin da piccolissimi. Non è raro vedere anche i bebè nelle miniere, per esempio”.

Negli anni, poi, il bambino cresce e comincia a svolgere lo stesso identico lavoro dei genitori. “Durante le mie visite in miniera ho visto bambini di tutte le età, dagli 0 a i 17. Il lavoro minorile in miniera esclude, solitamente, la possibilità di frequentare la scuola”.

In questa zona, infatti, il livello di scolarizzazione è bassissimo: la maggior parte degli studenti di Still I Rise non hanno mai frequentato.

Il contesto è quello di un paese vastissimo, la Repubblica Democratica del Congo, molto diverso da regione a regione.

Nel Congo meridionale, denuncia la ong, i problemi sono innumerevoli: povertà economica, mancanza di opportunità lavorative, accesso ristretto a educazione e cure mediche, amministrazione statale corrotta e al collasso, insicurezza alimentare, mancanza di infrastrutture, alti tassi di violenza, epidemie costanti di malattie mortali.

“Sono tutti sintomi di un problema più radicale, ossia il modello economico dei paesi consumatori che si basa sullo sfruttamento umano e ambientale dei paesi in via di sviluppo. Il cobalto e il rame sono fondamentali componenti del settore tecnologico, e ottenerli in grande quantità, a poco prezzo e velocemente, sembra possibile solamente a discapito della stragrande maggioranza della popolazione congolese, esclusa dai benefici economici derivati”.

Come arrestare lo sfruttamento? Serve una regolazione

Il Collegium Ramazzini chiede allora interventi urgenti per contrastare i pericoli dell’estrazione artigianale di minerali e metalli da parte di organizzazioni internazionali, governi, datori di lavoro e acquirenti di minerali e metalli.

Regole che impongano un meccanismo di accountability delle aziende, che tutelino i diritti dei lavoratori nei luoghi di estrazione, facendo attenzione che gli stessi problemi non si ricreino altrove.

“È necessario un intervento urgente della politica, che nasca da una spinta dal basso”, dice Fiorella Belpoggi.

“Prima di intraprendere strade di cambiamento con l’alibi di migliorare il pianeta, bisognerebbe valutare tutti gli aspetti: L’Onu, l’Ilo (International Labour Organization, ndr), la Wto, avrebbero dovuto prima emanare leggi e regolamentazioni per la gestione dell’estrazione, e poi lanciare il settore delle rinnovabili. Invece è successo il contrario: oggi ci troviamo in un vero fast west, con i lavoratori che sono trattati peggio degli animali”.

Oggi infatti non esistono leggi che regolino l’estrazione artigianale di metalli e minerali. Nessun regolamento risponde a domande cruciali come: come vanno estratti questi metalli? Con quali precauzioni? Quali tutele devono avere i lavoratori? E come far sì che questi minerali, che sono limitati, non si esauriscano?

“Non possiamo pensare a uno sviluppo sostenibile senza un governo di tipo sociale, a livello globale”, continua Belpoggi. “Bisogna tutelare la salute globale, che parte dall’abbattimento delle disuguaglianze”.

Mentre queste miniere si trovano nel Sud del mondo, negli stessi paesi che stanno già subendo le conseguenze più gravi dei cambiamenti climatici, la maggior parte di coloro che ne beneficiano stanno nel Nord del mondo: “Abbiamo tutti una responsabilità condivisa nell’incoraggiare i nostri governi a contribuire alla riduzione dei rischi dell’estrazione mineraria”, conclude Belpoggi. “Non possiamo ottenere la mitigazione del cambiamento climatico attraverso l’uso di minerali estratti con il sangue”.

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