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“Crisi climatica, serve una svolta ora”. Parla Edo Ronchi

A margine della terza Conferenza sul clima tenutasi la scorsa settimana, abbiamo intervistato Edo Ronchi che presiede la Fondazione per lo sviluppo sostenibile fondata nel 2008, per contribuire a far uscire l’ambientalismo dalle secche di un riduzionismo minoritario.

Ministro dell’Ambiente dall’aprile del 1996 all’aprile del 2000, Ronchi ha realizzato numerose riforme ambientali. Quale membro del Consiglio europeo dei Ministri dell’Ambiente, ha svolto numerose attività in ambito europeo ed internazionale che lo ha visto partecipare alla definizione del Protocollo di Kyoto, firmato per conto dell’Italia nell’aprile del 1998.

Nell’aprile del 2000, nominato Ministro delle Politiche Comunitarie, dal governo Amato, ha rinunciato all’incarico di Ministro, in dissenso con la scelta di essere spostato dal Ministero dell’Ambiente.

La fondazione tedesca Hans-Carl von Carlowitz di Chemnitz, gli ha assegnato il premio per la Sostenibilità 2020, nella categoria Europa, con la seguente motivazione: per l’autenticità e la risolutezza nel sostenere fattivamente nel corso della sua vita, la giustizia ambientale, il contrasto ai cambiamenti climatici e il miglioramento della qualità della vita delle persone in Italia e nel mondo.

Sulla crisi climatica ed energetica in corso ci ha risposto così.

Ritiene che la guerra in Ucraina e la conseguente crisi energetica possa accelerare la transizione energetica in Europa o al contrario offra argomenti alle tante lobby dei “ritardisti” della transizione?

Vedo entrambe le tendenze. Sia quella volta a ritardare, a spostare l’attenzione e a dire “abbiamo altre cose delle quali ci dobbiamo occupare con urgenza“, sia quella che ritiene sia un’occasione.  Un’occasione per ridurre la dipendenza dalle importazioni di gas russo e quindi dai fossili e per accelerare la transizione climatica ed ecologica.

Chi prevarrà?

Mi pare molto difficile fare previsioni. Perché indubbiamente sono presenti entrambe le opzioni. Sicuramente quelli che erano un po’ più negazionisti e hanno sempre cercato ragioni, pro fossili o anti rinnovabili, cercano oggi nel nuovo contesto del caro energia e dell’alta inflazione, ragioni per rallentare la transizione ecologica. 

Ma c’è uno schieramento molto ampio, che contrappone le tante buone ragioni per accelerare il cambiamento. Anche perché le ragioni per accelerare sono a mio parere molto più robuste di quelle a favore del rallentamento.

Al di là delle ragioni come valuta le forze in campo, intese come capacità di fare lobbying? 

Forse seguire i soldi può offrire una risposta. Partiamo da un dato: chi è nel fossile sta guadagnando bene. Prendiamo il prezzo del metano. Se lo paghiamo, vuol dire che c’è qualcuno che incassa a un prezzo cinque volte maggiore.  Per gli operatori del fossile, ritardare di qualche anno può fare una differenza di budget che vale miliardi: non sono piccoli interessi e questo mi pare chiaramente visibile. 

Poi è vero che i governi stanno cercando di tassare gli extraprofitti, ma non sempre l’aritmetica torna.

Allude all’inerzia politica?

Anche. C’è parecchia inerzia politica che non deriva solo dalla difesa degli interessi di lobby. 

C’è anche tanta ideologia che pensa:  “non voglio darla vinta a questi ambientalisti che hanno sempre sbagliato tutto…”. É il “partito” degli anti ambientalisti che piuttosto che cedere alla transizione climatica ed ecologica si “ reinventano”  il carbone solo perché il carbone è disponibile, invece che puntare sulle rinnovabili.

Oppure, che tirano fuori dal cappello il coniglio del nucleare, anche se il nucleare, rispetto alle rinnovabili costa tantissimo e i tanto decantati Small modular reactor non sono ancora disponibili e non sappiamo se funzioneranno visto che di fatto ancora non ce ne sono.

E non ci si concentra sul problema vero che è il tempo.

Noi abbiamo bisogno di fare una svolta ora e non cominciare fra 15 anni: in due parole su questo tema stiamo facendo chiacchiere da bar. 

Lei ha detto in apertura dei lavori della Conferenza sul clima che con le rinnovabili si potrebbe soddisfare il 100% e anche più delle attuali esigenze energetiche.  Ivan Illich nei primi anni 70 metteva in relazione l’energia e l’equità sostenendo “che elevate quantità di energia degradano le relazioni sociali con la stessa ineluttabilità con cui distruggono l’ambiente fisico.”  Non crede che energia a volontà e a basso costo, possa innescare impatti antropici deleteri analoghi a quelli attuali, se non ripensiamo il complessivo sistema di produzione e consumi? Basti pensare a mo’ di esempio, che nel 2020 la massa di manufatti di origine antropica ha superato quella naturale nonostante sulla terra l’uomo sia solo lo 0,01% della vita complessiva…

Giusta osservazione. Bisogna sempre ricordare che lo spreco di energia è uno spreco di risorse, che un alto consumo di energia è un alto consumo di risorse. Ecco perché la prima misura della transizione climatica e ecologica, è risparmiare sull’energia, usarne di meno e usarla in modo più efficiente. Illich ce lo diceva negli anni ’70 e questo suo è un mantra dell’ambientalismo: se risparmi risorse risparmi energia perché nulla è disponibile in maniera illimitata.

Anche le rinnovabili che in teoria sono illimitate hanno bisogno di strumenti e tecnologie per renderle utilizzabili e questo ha sicuramente degli impatti.

Però, senza nulla togliere a Illich, dobbiamo distinguere tra un ambientalismo pre e uno post crisi climatica.

Facciamolo

Negli anni ‘70 e anche negli anni ‘80, e io mi occupavo già allora di questi temi, la crisi climatica non c’era. Se ne comincia a discutere con i più bravi, i fisici climatologi, dalla fine degli anni 80 in poi. Ovviamente, c’era anche allora qualche precursore, ma quando nel 1992 si arriva alla convenzione quadro del primo accordo internazionale sul clima a Rio de Janeiro, gli accordi non sono ancora vincolanti e si usa giusto il principio precauzionale.

Oggi invece siamo nel pieno della crisi climatica, quindi oltre a risparmiare energia, abbiamo il problema urgente di sostituire l’energia di origine fossile.

Un aspetto questo che nella riflessione di Illich non c’era. Ecco perché con la transizione energetica, non abbiamo bisogno della stessa quantità di energia.

Ecco perché il vero giacimento da sfruttare è il risparmio energetico.

Per questo motivo, nella road map che abbiamo presentato alla conferenza,  c’è una proposta del taglio del 20% dei consumi di energia al 2030. 

Una cosa molto, molto impegnativa.

Ma per sfruttare il “giacimento” del risparmio energetico siamo attrezzati culturalmente? A una cultura, non dico della decrescita che è termine infelice, ma almeno della parsimonia?

A me piace usare il termine sobrietà. Perché possiamo vivere meglio in tanti, anche in maniera prospera, riducendo gli sprechi e senza consumismo. Ovvero puntando più sulla qualità e sui comportamenti, che sui consumi.

Con un avvenire di privazioni difficilmente riusciremmo a vincere.

Certo è questa la grande lezione di Alexander Langer in fondo

Certo, non c’è futuro se non è desiderabile. Un futuro che deve essere giusto, sostenibile, ma anche desiderato. Altrimenti le persone non si batteranno mai per qualcosa che non è desiderabile.

La transizione ecologica non sarà una passeggiata. Quali sono i principali impatti sociali di cui occorrerà tener conto per realizzare la cosiddetta Just transition?

Come in ogni cambiamento ci sono attività e quindi lavoro legato a tali attività che vengono sostituite da altre attività. E questo riguarda anche la transizione ecologica.

Quando siamo passati dalla carrozza a cavalli all’industria automobilistica, tutto il settore che allevava cavalli, vendeva cavalli, costruiva carrozze, chiude e si sviluppa l’industria automobilistica. Adesso stiamo passando da un sistema basato sui fossili a un altro a base rinnovabili. 

Ma il sistema che ci accingiamo ad abbandonare è un sistema complesso, che non comprende solo le centrali a gas o a carbone, ma anche le auto a motore termico che bruciano derivati del petrolio come la benzina e gasolio e tutto l’indotto collegato. E poi ci sono le caldaie a gas nelle abitazioni, le cucine a gas e così via.

Si tratta di settori che dovranno essere rapidamente convertiti e lì ci sarà sicuramente una sofferenza sociale. 

Ovviamente posso mettere sul piatto il fatto, confermato da numerosi studi, che il modello rinnovabile crea più imprese e più occupati, però non possiamo ignorare le conseguenze di questo cambiamento e dire: “di voi che costruivate carrozze non ce ne importa niente”.

C’è un problema di ammortizzatori sociali, di riconversione delle professionalità, di assicurare che queste persone possano continuare a vivere, a lavorare in altri settori con profitto e magari anche meglio. 

Lo scrittore Jonathan Franzen in un libretto dal titolo E se la smettessimo di fingere? arriva provocatoriamente a sostenere che la crisi climatica è ormai  una sfida impossibile da vincere. E aggiunge che il voltaggio comunicativo attorno a questo tema è talmente elevato, da oscurare tante altre crisi naturali su cui si potrebbe intervenire con più successo: dal collasso della biodiversità fino al disboscamento delle grandi foreste pluviali. Cha ne pensa?

Penso che tali considerazioni provenienti da fonti letterarie e artistiche si inseriscano nel filone anche cinematografico di tipo catastrofista e distopico. Il filone del “non c’è più niente da fare, ormai il mondo va verso la rovina”.

Il che va anche bene e forse può anche aiutare il cambiamento perché, banalizzo, ci dice: “guardate che potremmo finire così”.

Non utilizzerei però questa narrazione come metro d’analisi del contesto attuale e la circoscriverei nell’alveo dello stimolo culturale, della provocazione letteraria e persino filosofica.

Sul piano strettamente tecnico scientifico, punterei di più sui rapporti del Gruppo intergovernativo dei sui cambiamenti climatici (IPCC) che è l’istituzione globale di riferimento per l’analisi scientifica sulle dinamiche della crisi climatica. 

Un’istituzione dove collaborano circa 3000 scienziati provenienti da 80 Paesi. Insomma un network potente su scala mondiale. 

Ebbene, stando a quanto ci dice l’IPCC che ha modellizzato diversi scenari, la finestra temporale per arginare o contenere la precipitazione della crisi climatica, sarebbe ancora aperta fino al 2040 e che le cose si faranno maledettamente serie con un riscaldamento di + 1.5°.

A questo scenario sono sostanzialmente allineati tutti i principali centri di ricerca del mondo, a partire dall’Agenzia europea sull’ambiente (AEA) e anche quelli italiani: dal Cnr, all’Enea, all’Ispra.

Ovviamente la finestra non è illimitata e sebbene spostata un po’ in là negli anni ha bisogno di azioni adesso.

C’è da dire che i trend sono ancora negativi, ma c’e’ ancora qualche possibilità, non dico di azzerare gli effetti dei cambiamenti climatici, ma di limitare quella precipitazione catastrofica di cui si diceva prima.

E per quanto riguarda la possibilità di orientarsi su altre sfide di carattere naturale come la deforestazione e il collasso della biodiversità, oscurate secondo Franzen dal tema del riscaldamento globale, cosa pensa? 

Francamente mi sembra una sciocchezza.  L’ultimo rapporto della IUCN sulla biodiversità ci dice che l’impatto più pesante sulla biodiversità oggi, è generato proprio dal riscaldamento globale, sia in termini di specie che di ecosistemi.

Del resto, non occorre essere grandi scienziati o ecologisti, per capire che la siccità aumenta il pericolo degli incendi e quindi i danni alle foreste pluviali e alla fauna che non riesce ad adattarsi a cambiamenti troppo repentini. Basti pensare allo sbiancamento, dovuto al cambiamento climatico, della barriera corallina che è un ecosistema di biodiversità di importanza straordinaria per i mari e per gli oceani.

Per tutte queste ragioni ritengo che non abbia senso questa contrapposizione.

Con questo non voglio sottovalutare il tema della biodiversità, delle foreste e via dicendo, ma metterle in alternativa, lo trovo un ragionamento piuttosto stupido.

Un’ultima domanda, che potrebbe sembrare deterministica: se dovesse scegliere una e una sola azione su cui puntare, come se fosse la prima tessera di un domino che poi innesca circoli virtuosi, su quale punterebbe?

Questo modo di ragionare sinceramente lo capisco, ma purtroppo non credo sia possibile metterlo in pratica. Non c’è la chiave, non c’è la leva, perché il cambiamento ha a che fare con un sistema complesso di cause. Non c’è un singolo punto di aggressione, ma diversi punti di azione su cui agire. Sicuramente con diversi livelli di priorità, ma si tratta sempre di azioni plurali e diverse. 

Sicuramente un pacchetto di misure importanti, riguarda l’efficienza e il risparmio di energia. Non possiamo aumentare le rinnovabili e nel contempo i consumi di energia. 

Questa sì è una corsa che non vinceremo mai.

Pensavo a qualcosa di ispirante, qualcosa di simile alla corsa all’allunaggio degli anni ‘60…

Credo che la nostra corsa alla luna di oggi sia fare a meno dei combustibili fossili.

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