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Entrare nel metaverso. Così il giornalismo si prepara alla prossima rivoluzione tecnologica

“Nel metaverso nessuno può attaccarti il Covid. Così ho deciso di indossare degli ingombranti visori VR, firmare i miei dati e accedere in una meeting room digitale”.

Era la fine del 2021, la variante Omicron avanzava in tutto il mondo, e il giornalista del The Financial Times Henry Mance stava tentando ormai da settimane di incontrare l’ex primo ministro britannico Nick Clegg, attuale presidente degli affari globali e della comunicazione di Meta.

Affrontare un viaggio internazionale sembrava impossibile, dunque Mance e Clegg hanno deciso di fissare l’intervista in un mondo dove nessuna restrizione li avrebbe potuti fermare: nel metaverso, sotto forma di avatar.

Sarà questo il futuro del giornalismo? Come consumeremo le news nel metaverso?

C’è chi ipotizza mondi virtuali dove l’ologramma di un giornalista siederà a tavola con noi a colazione per condurre una rassegna stampa personalizzata. O ancora: reportage immersivi ai quali potremo partecipare in prima persona grazie al nostro avatar, piattaforme digitali (i vecchi quotidiani) che leggeremo direttamente attraverso visori per la realtà virtuale?

È presto per dirlo, le esperienze di giornalismo nei metaversi oggi disponibili sono ancora in fase sperimentale. Ma è già possibile immaginare qualcosa, a partire dai numerosi prodotti immersivi realizzati fino ad oggi.

Dai visori di realtà virtuale al metaverso

I predecessori del metaverso sono infatti le realtà aumentate (AR), miste (MR), virtuali (VR) ed estese (XR), termine ombrello che raccoglie tutte le precedenti. Tra il 2015 e il 2016 l’interesse crescente per la realtà virtuale portò sempre più testate a investire in progetti editoriali in VR: una delle prime fu il New York Times con la sua app per la realtà virtuale NytVR; in Europa, Euronews lanciò nel 2016 un progetto di giornalismo immersivo sostenuto dal fondo Digital News Innovation di Google, grazie ha potuto produrre oltre 200 video VR e nel formato 360°. Nacquero anche le prime case di produzione dedicate, come Emblematic, fondata nel 2015 dalla giornalista Nonny de la Peña, definita la “Godmother of Virtual Reality”, autrice di quello che viene considerato il primo documentario in VR, Hunger in Los Angeles, premiato nel 2012 al Sundance Film Festival.

Poi il mercato iniziò a vacillare, fino all’inversione di rotta attuale, con un fortissimo ritorno di interesse sul tema del metaverso.

Tanto che, secondo il Rapporto del Reuters Institute sui trend 2022 del mondo dell’informazione e dei media, gli investimenti quest’anno torneranno a concentrarsi proprio sull’intelligenza artificiale (oltre che su podcast e newsletter).

Ma cosa è cambiato dal 2015 ad oggi? Jodie Hoperton, direttrice della INMA Product Initiative, in un report pubblicato proprio per l’associazione, sostiene che le ragioni vadano ricercate nella maggiore accessibilità di hardware e tecnologie, nella diffusione capillare dei contenuti AR e VR, ormai integrati anche nelle piattaforme social come Snapchat e Instagram.

Cos’è il metaverso e perché se ne parla?

Considerati l’internet del futuro, i “metaversi” (non esiste un ambiente standard) sono ambienti digitali aperti in cui svolgere diversi tipi di attività. Per accedervi è necessario registrarsi su piattaforme apposite e in genere possedere un visore o device VR.

Non sono realtà nuove, tra le prime piattaforme a sviluppare tecnologie immersive ci sono state infatti quelle dedicate al gaming, come Second Life nel 2003 o Fortnite, che ha ospitato il suo primo concerto virtuale lasciando il palco all’artistista Marshmello. Evento a cui ha fatto seguito un altro concerto, questa volta di Scott Travis, che ha coinvolto 12 milioni di persone nel 2020.

Dal 2021 anche Meta, ex Facebook, ha annunciato un importante piano di investimenti per costruire il proprio metaverso, “the next evolution of social connection”, si legge sul sito ufficiale.

Secondo l’opinione di ricercatori esperti di XR come Stephen Shaw, direttore del Global Business Development di Iconic Engine – che Hoperton ha raccolto nel report – il metaverso rappresenta un’opportunità per il giornalismo.

Le tecnologie immersive offrono ai “lettori” un contesto informativo molto più ampio di quello attuale; fatto non solo di audio, video o testi fruiti separatamente attraverso lo sguardo del giornalista, ma dove il “lettore” stesso viene introdotto in prima persona in un ambiente dove tutto ciò avviene simultaneamente. Secondo Shaw, è in questa fase che le media company dovrebbero sperimentare il più possibile app e contenuti immersivi per prepararsi al metaverso. 

Metaverso e giornalismo: l’esperienza della Bbc

Tra le principali testate che stanno facendo da apripista, realizzando storytelling immersivi, c’è la britannica Bbc. “Inizialmente – ha raccontato al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia Zillah Watson, ex direttrice del Bbc VR Hub – si pensava che la VR sarebbe stata perfetta per far empatizzare le persone con storie di guerra e di migrazioni.

Poi abbiamo capito che non erano questi temi che guidavano le scelte del pubblico e ci siamo concentrati su esperienze divertenti, cambiando lo stile per renderlo più piacevole”.

Sono nati così i documentari VR Damming the Nile o Congo VR, entrambi condotti dal corrispondente in Africa Alastair Leithead. 

Una schermata del progetto Black Lives Matter Murales

Altro esempio è il progetto Black Lives Matter Murales in AR, prodotto da Los Angeles Times per Yahoo News e realizzato dalla giornalista Laura Hertzfeld. “Dopo le proteste per l’omicidio di George Floyd nell’estate del 2020 – ha raccontato al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia – sono nati molti murales a Los Angeles che celebravano il movimento Black Lives Matter. Con un drone abbiamo catturato quattro o cinque di questi murales e li abbiamo rimpiccioliti abbastanza per inserirli in AR. In questi due anni molti di questi dipinti sono stati rovinati, c’è chi ci ha dipinto sopra, chi ha affisso dei poster, ma grazie all’AR si può ancora vedere com’erano originariamente”. 

Le tecnologie immersive stanno cambiando anche il giornalismo televisivo.

Durante le Olimpiadi di Tokyo del 2020, una troupe della BBC si sarebbe dovuta recare sul posto per coprire l’evento. La pandemia non lo ha reso possibile, così, l’anno successivo, è stato costruito il Bbc Olympic Studio VR: un set circondato da un green screen grazie al quale venivano mostrate le immagini delle Olimpiadi, senza doversi muovere da Manchester.

Secondo Zillah Watson della Bbc, “questo è il modo in cui cambieranno i programmi d’intrattenimento. Un cambiamento enorme in termini di flusso di lavoro nelle redazioni, ma anche un modo per fare nuove esperienze.”

Ma c’è anche chi sta già muovendo i primi passi proprio nel metaverso, come la testata The South China Morning Post, che nel 2021 ha avviato una collaborazione con The Sandbox’s Alpha Season 2.

Foto, reporter ed eventi giornalistici nel metaverso

La testata cinese ha contribuito alla realtà di The Sandbox creando esperienze culturali di gioco basate sulle notizie del passato di Hong Kong, ma ha già annunciato che lancerà una raccolta di Nft (contenuti digitali esclusivi) ispirati ai suoi archivi fotografici, illustrazioni.

Si potrà insomma comprare una foto nel metaverso.

Ci sono poi redazioni che stanno organizzando riunioni nel metaverso, come ha fatto il Maeil Business Newspaper, uno dei più noti quotidiani di economia della Corea del Sud. E chi invia i primi avatar di reporter a seguire eventi organizzati solo nel metaverso, come ha raccontato la giornalista Laura Hertzfeld a Perugia: “Stare in questo ambiente virtuale oggi è un po’ come quando dieci anni fa si andava su Facebook per raccontare cosa pubblicavano le persone sui social”.

Una riunione nel metaverso

Un giornalismo più immersivo, e con più rischi

Il “mediaverso”, come definito dall’autore della newsletter Ellissi Valerio Bassan, potrebbe rappresentare quindi un’opportunità per il giornalismo per essere “più immersivo, partecipato e informativo”.

Ma è necessario tenere conto dei rischi e criticità che potrebbe portare con sé. Primi tra tutti, quelli dell’etica e della disinformazione. Sarà infatti necessario garantire che gli stessi standard del giornalismo tradizionale valgano anche in questi mondi, dove tutto può essere facilmente manipolato.

Il problema della misinformazione e disinformazione non nasce nel metaverso, ma qui rischia di essere amplificato.

Un giornalismo più immersivo, ma che può manipolare la realtà?

Sarà fondamentale tutelare poi gli utenti introducendoli correttamente all’esperienza immersiva.

Ad esempio: immergendoci in un reportage di guerra nel metaverso, dovremo ricevere tutte le informazioni necessarie a comprendere ciò che potrebbe succederci.

La caratteristica di queste realtà, infatti, è di ingannare la nostra mente facendoci vivere un’esperienza come se fossimo fisicamente presenti.

Essere colpiti da un’arma da fuoco senza essere preparati a questa evenienza, rischierebbe di trasformare un’esperienza in un trauma. 

Le media company dovranno infine essere consapevoli delle diseguaglianze che questa modalità di fare informazione implica.

Produrre contenuti solo per il metaverso, significa rivolgersi ad un audience benestante e tagliare fuori chi non può permettersi l’acquisto di tutti i dispositivi necessari per fruirne.

Per evitare che tutto questo accada, sarà fondamentale preparare giornaliste e giornalisti attraverso percorsi di formazione adeguati. Non solo dal punto di vista tecnico, ma anche deontologico. 

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