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Schwa, tutti i problemi di una sperimentazione inclusiva (ma capace di discriminare)

schwa tutti i problemi di un simbolo nato per includere ma che può discriminare

Lo schwa? Inclusivo per quanto riguarda il genere, certo. Ma può diventare non accessibile, abilista, forse meno praticabile rispetto ad altre soluzioni. E ancora: poco conosciuto e divisivo, potenzialmente un “boomerang”. Sono tante le critiche, molte costruttive altre talvolta meno, al simbolo “ǝ”, proposto per sostituire il maschile sovraesteso nella lingua italiana.

E così lo schwa, ancora allo stadio di sperimentazione, sta mostrando i suoi primi limiti.

I problemi sono nati proprio utilizzando in contesti sempre più estesi e differenti lo schwa, e sono stati rilevati anche da chi lo schwa lo usa attivamente e ne sostiene l’importanza per non discriminare più per genere chi non si riconosce nel binarismo maschile-femminile, che incasella le persone e la loro identità (con lo schwa, ad esempio, “benvenuti” diventerà “benvenutǝ“).

C’è poi un’altra criticità: al momento sono poche le persone che sanno di cosa si sta parlando. Secondo una recente ricerca Ipsos, circa una persona su 4 non avrebbe la minima idea di cosa siano le forme di scrittura inclusiva, come schwa “ǝ” o l’asterisco. Milioni di italiani dunque non avrebbero al momento nemmeno consapevolezza dell’esistenza di un dibattito sul linguaggio inclusivo.

La conclusione? Lo schwa potrebbe non essere la risposta definitiva a un problema reale, e cioè quello della lingua italiana che, con il suo maschile sovraesteso o generalizzato, spesso rischia di essere sessista.

Schwa, storia del simbolo non binario che vuole fare convivere le differenze

Lo schwa: per alcunǝ, non ancora per tutti

“L’obiettivo dell’inclusione del linguaggio può diventare un boomerang“, spiega Leonardo Pastore, assessore con delega alla Comunicazione di Castelfranco Emilia, Comune che proprio lo scorso anno ha iniziato a inserire lo schwa nei post sui social.

“Occorre calibrare il linguaggio anche in base allo strumento che si utilizza, perché, al di là delle persone che hanno adottato questo argomento per alzare le barricate, c’è anche tanta gente che non ne ha compreso l’utilizzo“.

Una riflessione condivisa anche dalla sociolinguista Vera Gheno, che si occupa di queste dinamiche conflittuali proprio nel suo ultimo saggio Le ragioni del dubbio (Einaudi).

Per quanto riguarda la pubblica amministrazione, Gheno suggerisce che lo schwa possa essere una buona soluzione per “le autocertificazioni, perché in numerosi documenti si trovano differenziazioni maschile-femminile anche dove non è necessario: i registri per il voto o le file per i vaccini”. Ed è in questi casi che la persona trans* è soggetta al misgendering, costretta a vedersi inserita in un elenco che non corrisponde alla sua identità di genere.

In altri casi, però, “lo schwa rischia di essere prematuro e non sufficiente”, prosegue Gheno.

Come, ad esempio, in ambito aziendale: “Mi è capitato di ricevere richieste di pitch o di incontri motivazionali durante i quali le imprese mi hanno chiesto se fosse arrivato il momento di studiare la schwa. E io ho risposto no, perché non è sufficiente”.

“La prima cosa che consiglio per la comunicazione aziendale è la semplicità. L’italiano è una lingua molto ricca, da esplorare usando ad esempio delle circonlocuzioni”.

Questa è proprio la soluzione che spesso adotta a monte (laddove è possibile) la redazione de La Falla, rivista del Cassero LGBTI Center di Bologna: le perifrasi per “limitare le desinenze”, come precisa la responsabile Pinza; oppure, aggiunge, “l’alternanza dei generi nella scrittura, uscendo dalla logica binaria”.

Nell’elenco delle soluzioni possibili, Gheno aggiunge poi i “sostantivi epiceni, che non hanno bisogno di essere declinati”: si possono quindi usare parole come persona, individualità, soggettività.

Schwa: quelli che non lo vogliono

Nel frattempo, però, di fronte al diffondersi dell’uso dello schwa in Italia, le reazioni del pubblico non sono state poi univoche, anzi.

Se alcune community sono state “rispettose e accoglienti”, come quella descritta dalla caporedattrice di Bossy, Alessandra Vescio, altre sono ricorse a insulti e minacce. È successo proprio all’amministrazione di Castelfranco Emilia, che con un post su Facebook del 12 aprile 2020 aveva provato a spiegare ai propri follower cosa fosse quello “strano simbolo” presente da qualche tempo nei post.

“La proposta si era sviluppata per via dell’adesione al Manifesto della comunicazione non ostile e inclusiva, ma quell’occasione ha fatto scattare una polemica inaudita”, ricorda l’assessore Pastore.

“Il sindaco Giovanni Gargano ha presentato in caserma una risma di carte piene di minacce di morte, insulti di ogni tipo”. Alla fine l’amministrazione ha dovuto fare un parziale passo indietro e ora utilizza lo schwa “solo nel contesto in cui può servire, continuando a sperimentare ma con attenzione”.

Schwa, inclusivo ma non accessibile

“Se ci addentriamo nel difficile argomento del linguaggio inclusivo, le cose si complicano”. Ad approfondire il legame tra linguaggio non binario e difficoltà di lettura è Mara Boselli, autrice e redattrice ipovedente de La Falla.

“Attraverso gli stratagemmi di scrittura come l’asterisco o la parola tronca, la lettura diventa ostica. Solo negli ultimi due mesi, da quando alcuni sistemi operativi hanno inserito il simbolo dello schwa nelle tastiere, anche i software di sostegno agli ipo- e non vedenti lo leggono negli schermi di smartphone e tablet. Proprio come fosse una vocale intermedia. E finché si tratta di una necessità, chiamiamola ‘superficiale’, come può essere la lettura di un sms, sono espedienti che si possono sfruttare. Il problema sopraggiunge quando le esigenze sono di tipo lavorativo, come nel mio caso: così diventa davvero difficile sia scrivere che leggere”.

Sugli ostacoli che presenta lo schwa per le persone ipovedenti e non vedenti, la sociolinguista Vera Gheno chiarisce subito: “Non voglio minimizzare, lo schwa è abilista”. E ricorda inoltre che la lettura di questo simbolo può causare problemi anche nei casi di “dislessia e neuroatipicità”.

È proprio per questo che, oltre alle soluzioni già elencate per quanto riguarda l’attività di scrittura, una redazione come quella de La Falla si sta proponendo di rendere ancora più accessibili i propri contenuti ricorrendo all’audio. E lo sta facendo attraverso la produzione del podcast l’Audiogiornale.

“La lettura degli articoli – testimonia Mara – è una soluzione praticabile e molto efficace, perché tecnicamente risolve alcune problematiche che non tutti i lettori vocali riescono a risolvere. Anche se a livello redazionale si tratta di un impegno non indifferente”.

Il futuro delle sperimentazioni non binarie

Proprio appellandosi – tra le altre – a queste difficoltà, la proposta dello schwa è stata bocciata dall’Accademia della Crusca, che l’ha definita “ancora meno praticabile rispetto all’asterisco”.

La Crusca la relega a una pretesa di “forzare la lingua […] al servizio di un’ideologia”.

A questa presa di posizione Gheno risponde che “certamente non si può imporre nulla, ma non si può nemmeno vietare di sperimentare”.

Come conferma l’esperienza di Mara Boselli e Valentina Pinza, che anche in qualità di attivistǝ lgbt, ritengono che “lo schwa non sia mai imposto, perché è un tentativo”. E in quanto tale, è destinato a mutare.

Lo stesso assessore Pastore ammette che “magari tra sei mesi il Comune di Castelfranco userà un altro segno”, ma intanto i cittadini e le cittadine avranno imparato che lo schwa “è un simbolo di inclusività e non la volontà di scardinare la lingua”.

“Il problema principale dello schwa – conclude la sociolinguista – è che si tratta di un cambiamento che tocca il lessico ma non la morfologia. E prima che questa cambi dovrebbe verificarsi un cataclisma socioculturale, come ad esempio che la maggior parte delle persone parlanti concordino sull’uso di una nuova forma, che non sia necessariamente il neutro, di cui nella nostra lingua non c’è traccia”.

Per il futuro di questa sperimentazione, Gheno vede dunque tre possibilità: “Che le generazioni successive trovino una soluzione alla quale noi non abbiamo ancora pensato. Che la schwa arrivi a norma, finendo anche nelle grammatiche; oppure che arrivi un momento in cui il genere non conterà più – né sesso, né identità, né orientamento – e che a quel punto si possa tornare al maschile sovraesteso o al femminile sovraesteso con una consapevolezza diversa. Anche in questo caso, però, si rende necessario il passaggio attraverso una fase in cui la sperimentazione è accettata”.

Schwa, storia del simbolo non binario che vuole fare convivere le differenze


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