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Irrispettosi delle leggi dell’incipit efficace, capace di catturare attenzione, oggi cominciamo col “latinorum”.

Fides, tradotto: fiducia, fede, credenza.

Parola del Castiglioni Mariotti l’immarcescibile vocabolario di latino della Loescher (Edizione del secolo scorso)

Vorrei parlare di corde, fili, gomitoli.

Sono 10 settimane che svolazzo con voi ed è forse giunto il momento di intrecciare qualche filo, di lanciare qualche corda. 

E parlare di fiducia. 

Per chiedervi: vi fidate di me? Di quello che sento. E che vi racconto. 

Disordine

Lo so, sembro disordinato. In realtà non lo sono.

La vita è disordinata per meravigliarci ogni volta che riusciamo a congiungere puntini che sembrava impossibile connettere. 

Quando ci fa intravedere la forma sensata di una costellazione proprio lì, dove ci sembrava di guardare solo un marasma indistinto di puntini luminosi nel cielo.

Una costellazione a cui affezionarci, e a cui dare un nome: l’orsa maggiore, l’orsa minore, le 12 costellazioni dello zodiaco, o quella della Lira. 

La ritroveremo fra un po’, ma rimanete con me ad ascoltare la musica del disordine.

Che se non ci fosse stata Chandra Candiani ad arpeggiarla così bene, lo avrei fatto uguale io. 

Leggetela. 

A voce bassa: per sentirla di più.

“Ogni disordine, ha un suo ordine interno e misterioso.

Forse è l’andatura della mente, forse quella del ricordo, forse è l’intenzione di essere volatile o l’aspirazione alla semplicità, in ogni caso è qualcosa di sfuggente che non vuole essere imbrigliato in un piano: come un animale o come un albero della foresta, non addomesticati, inutili, nel senso che non si curano di avere uno scopo, sono in vita e gli basta. Il disordine è questo, essere così come si è seguendo un filo illogico di stare al mondo.

Il disordine di un libro lascia intravedere il suo sottotesto: niente da dimostrare, eccomi solo qui.

Un libro disordinato è un invito alla sovversione.”

Ok mi dirai, ma questo non è un libro. Ok ti dirò, è un magazine on line che cerca sovversione. 

Anche da sua maestà: l’algoritmo di google

Che vorrebbe i Tag e le parole chiave giuste, per acchiappare le domande della “gggente” e ottimizzare la Seo, che altrimenti la Serp piange.

E chi se ne frega!

Io svolazzo e giuro che mi basta aver procurato anche solo un’emozione, un guizzo, un lampo.

La voglia di cercare ancora: anche solo in unǝ di voi.

Frammenti

Questo spazio cerca sovversione e esodo dal pensiero sistematico, perché io sono Icarus e amo i frammenti per una ragione semplice e potente: mi servono a fare bricolage.

L’ho imparato osservando mio padre Dedalo, mentre mi costruiva le ali, raccattando piume sparse nel labirinto per impastarle con cera d’api. 

Lo ammetto: sono affascinato dai frammenti. Infatti se guardate nelle puntate precedenti di questo volo a puntate, ci trovate tanta roba, paccottiglia, semilavorati: dal pop all’aulico, dal divertissement, alla riflessione “pesa”, dal raccontino ai versi buttati qua e là:  insomma un po’ di tutto, pur di non appiattirsi sui 1000 vocaboli del giornalista mainstream! 

Che è come schienarsi sul minimo comune denominatore linguistico dell’algoritmo di google.

Perciò fatevene una ragione: qui siete in una sorta di mercatino delle pulci.

Con roba affastellata, da cercare e da barattare: da condividere se vi va. Un luogo dove prendersi un po’ di tempo per spulciare, non tanto per trovare “l’affare” ma per il gusto di curiosare.

Sì, forse le ultime tre puntate (le avete lette?) potrebbero essere una sorta di trilogia della sostenibilità, ma anche no. Perché non dipende da me, ma da voi. Tocca a voi unire i puntini tra i frammenti. 

Già, i Frammanti! Che bella parola: ricordate i Frammenti di un discorso amoroso? Forse bisognerebbe partire da lì. Da un inventario. Da un vocabolario, che nei frammenti di Barthes partiva con la parola abbraccio e non ricordo male.

Sì, ve lo posso dire, qui produciamo frammenti per una nuova mitologia del XXII secolo. Frammenti per una vocabolario emotivo dei changemakers

E visto che siamo in tema di vocabolario riprendiamo il filo del discorso sulla fiducia, che deriva da fides ma che ha anche un secondo significato: Corda.

La fiducia è una corda”. 

Ho sentito questa espressione per la prima volta tanti anni. Dalla voce di Stefano Zamagni, un uomo che è un’università del pensiero cooperativo. Che ha scritto milioni di parole sulla cooperazione.

Ci torneremo meglio su questi temi che ruotano attorno a precise parole chiave (ehi! google, dico a te!):

fiducia, reciprocità, mutualismo, dono…

Per adesso ci basti ricordare che le corde fiduciarie che riusciamo a costruire tra le persone saranno la tessitura sociale del nostro vivere assieme.

Servirà annodare ogni giorno fili di fiducia, per costruire quel gomitolo che un giorno, forse, ci porterà fuori dal labirinto.

A costo di mettere in gioco la nostra stessa vita. 

Rest Energy (1980)

Ecco qui sopra un frammento che conservo da 40 anni e che ritrae una performance forse del più straordinario sodalizio artistico dell’arte contemporanea: Marina Abramović e Ulay.

Gente capace di dire che “L’estetica senza etica è cosmetica“.

Quattro minuti e venti secondi di performance: due corpi e tra essi un arco, con la corda tesa e una freccia puntata al cuore di Marina.

E poi l’amplificazione del loro battito cardiaco che accelera e  della loro respirazione che si fa più sincopata. 

Ecco, la fiducia è anche questo: battito e respiro. Da sentire. Da suscitare.

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