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“Quando meno diventa più”. Intervista a Paolo Legrenzi

Paolo Legrenzi è uno psicologo e accademico italiano, noto a livello internazionale nel campo della psicologia cognitiva. Professore emerito di psicologia presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove ha fondato il Laboratorio di Economia Sperimentale. È presidente del comitato scientifico di X-Ite, centro di ricerca Luiss, e firma del Sole 24 Ore. 

Tra i suoi libri recenti per il Mulino: Regole e caso (2017), (con Carlo Umiltà) Molti inconsci per un cervello (2018) e A tu per tu con le nostre paure. Convivere con la vulnerabilità (2019)

Il suo ultimo libro a partire dal quale lo abbiamo intervistato è Quando meno diventa più edito da Raffaello Cortina.

Nel suo libro lei utilizza il concetto di sottrazione. Cos’è? E’ diversa alla frugalità su cui ha già scritto anni fa?

Sì la sottrazione non è semplice frugalità. La frugalità non ha origine nell’evoluzione naturale della nostra specie. E’ solo una giusta reazione culturale al debordare della società dei consumi. 

La sottrazione invece è resa necessaria dalla natura, ed è ostacolata dalla cultura dell’addizione, che affonda le radici nei tentativi remoti dell’uomo di sopravvivere in ambienti ostili.

Da qui deriva la tendenza erronea a concepire l’aggiunta continua di risorse come strategia di un migliore adattamento di fronte alle incertezze che ci riserva il futuro.

C’e’ una sottrazione buona e una cattiva? 

Sicuramente. Ma la vera sfida è individuare il confine tra la sottrazione “buona” e quella “cattiva” visto che quest’ultima può sfociare in riduzionismo, semplicismo e pregiudizi.

Solo allora potremmo trarre vantaggio dalla “mentalità sottrattiva” e applicarla anche ai nostri stili di vita e nella gestione dei problemi dell’esistenza. 

La sottrazione, in questo caso, può diventare lo strumento per la comprensione e l’innesco di una nuova concezione comunitaria dell’esistenza, ma anche una via verso la perfettibilità delle nostre vite.

Perché uno scienziato cognitivo come lei si è cimentato con le virtù della sottrazione? E come è nata in lei questa “urgenza”?

L’innesco di questo libro è partito da un’osservazione maturata durante la prima parte del percorso di vaccinazione, nel corso della pandemia. Lì mi sono accorto che moltissime persone, anche medici, non erano capaci di fare una semplice sottrazione per valutare l’efficacia del vaccino. E continuavano a presentarci dati complessivi di tutta la popolazione.

Con i vaccini invece bisognava sottrarre i non vaccinati dai vaccinati e poi guardare la differenza in questi due campioni. E nessuno lo faceva. E poi mi ha colpito molto una ricerca presentata su Nature nel 2021 in cui in via sperimentale si notava come bambini, ma anche adulti e anziani, di fronte alla scelta di rendere simmetriche due composizioni realizzate con i Lego o semplicemente più stabili, la cosa che facevano non era sottrarre elementi, ma aggiungerli, anche quando era molto più conveniente percorrere la prima strada.

Nel suo libro fa spesso riferimento agli studi di Daniel Kahneman e al suo imperdibile Pensieri lenti e pensieri veloci.  Possiamo dire che la sottrazione ha a che fare più col pensiero lento, mentre l’addizione con quello veloce? In altri termini che la “pigrizia” del nostro cervello favorisce l’addizione lasciando poche chances alla sottrazione?

Non c’è dubbio alcuno. Infatti tutti gli errori o anche le azioni poco convenienti che abbiamo visto poco fa, hanno a che fare col pensiero veloce che muove molto di più il nostro fare. 

Quello veloce è il pensiero più efficiente che si è modellato sin dai tempi in cui eravamo cacciatori e raccoglitori e l’obiettivo principale era aggiungere risorse e non sottrarre. Ecco perché oggi non sembriamo fatti per ragionare con la sottrazione: semplicemente perché non lo abbiamo fatto per centinaia di migliaia di anni.

Sottrarre è diventato conveniente solo in un mondo molto complicato.

Ma le sottrazioni sono difficili perché richiedono un pensiero riflessivo a cui si arriva dopo aver sbagliato.

Sottrarre è quindi un’operazione poco naturale. Ci sono altri ostacoli che inibiscono le azioni volte alla sottrazione?

Sì, ad esempio, sottrarre viene percepito come perdita. E infatti, tante più cose abbiamo e tante più ne possiamo perdere. 

Inoltre sottrarre può sembrare un tornare indietro. Anche per questo non è un’azione intuitiva. Se poi questa azione si realizza con altre persone c’è l’aspetto della sanzione sociale: significa ammettere di aver sbagliato. 

E quindi andiamo avanti fino al punto di non ritorno.

Quindi pensa sia una partita persa quella della sottrazione?

Non credo. Considero la sottrazione come un banco di prova evolutivo per gli uomini e ho scritto questo libro anche per oppormi a una sorta di fatalismo che rischia di farci considerare come immodificabile il nostro pensiero. 

Il nostro cervello è plastico e attraverso la cultura si può modificare. É sicuramente faticoso, anche perché cambiare idea, come abbiamo visto, è un processo che richiede a sua volta la sottrazione di credenze sbagliate. 

Ma è necessario scongiurare la trappola del fatalismo che funziona così: ci si rende conto che una mentalità sottrattiva ci porterebbe indiscussi benefici, ma ci si arrende all’idea preconcetta che l’uomo non ne è capace. 

E invece l’uomo è cambiato tanto nel corso della sua evoluzione. Il problema è che il tempo di cambiamento degli uomini è troppo lungo rispetto a quelli che vediamo nel mondo. 

E in questo senso possiamo parlare di mancato adattamento dell’uomo alle condizioni di vita nel pianeta.

L’arte ha innumerevoli esempi di sottrazione che lei documenta nel suo libro. Da Malevich a Pollock per passare a John Cage nella musica. Ritiene che l’arte sia più in sintonia col pensiero della sottrazione rispetto alla vita quotidiana?

L’arte, per stupire e focalizzare lo spettatore, ha cominciato a usare la sottrazione. Tutta la storia della pittura, dall’impressionismo all’action painting è all’insegna della sottrazione. Pollock arriva addirittura a sottrarre l’intenzionalità nella pittura con la sua geniale tecnica del dripping (sgocciolamento) sperimentata per primo dall’artista belga Max Ernst, ma elevata dal pittore americano a cifra stilistica. 

Pollock dimostra così che la sottrazione può generare forza espressiva e forte impatto percettivo.

Jackson Pollock – N° 31 Moma New York (foto Detlef Schobert)

Anche in letteratura abbiamo esempi importanti. Calvino ad esempio…

Ma prima di lui direi Hemingway. La sottrazione la troviamo ovunque, nella moda con Coco Chanel o nella pubblicità con la stilizzazione dei loghi e l’uso della tagline che riassume in modo sintetico la vocazione di una marca, di un prodotto o di un impresa.

E poi in filosofia con Wittgestein secondo il quale conoscere significa sottrarre territorio al mare dell’ignoranza. O Popper, un altro viennese coevo di Wittgestein, che ha dimostrato come il progresso scientifico proceda per falsificazioni ovvero per sottrazioni di falsità e non per addizioni di verità.

Per non dire dell’architettura e del concetto Less is More nato nella scuola del Bauhaus

O nella musica dove rimane impareggiabile l’esempio di sottrazione di 4’.33” di John Cage. E si potrebbe continuare fino a riempire libri interi… 

4’33” di John Cage

Nel 2020 si è registrato il superamento della massa dei manufatti di origine antropica sulla biomassa naturale. É evidente che un mindset sottrattivo farebbe bene al nostro pianeta, ma non sembriamo ancora evolutivamente attrezzati in tal senso. Che ruolo possono svolgere in tal senso i changemakers o le minoranze attive, che cita espressamente nel suo libro?

Il ruolo delle minoranze attive nel produrre cambiamento è decisivo. Il cambiamento non è affatto vero che può avvenire solo con la maggioranza più uno. 

Le minoranze attive possono essere di forte ispirazione nel produrre cambiamento e oggi possono svolgere un ruolo importantissimo. Possono diventare modelli in grado di crescere rapidamente e produrre cambiamento. 

Basta guardare al secolo scorso e ai cambiamenti prodotti da minoranze o anche da un solo gesto: quello di Rosa Parks in un autobus in Alabama che dette vita a un movimento straordinario per i diritti civili degli afroamericani.

Secondo Erica Chenoweth, eminente professoressa di scienze politiche presso l’università di Harvard, esiste una misura specifica che può determinare il cambiamento ed il 3.5% della popolazione che dissente. Una conclusione a cui è giunta, dopo aver preso in esame la dinamica di 323 proteste avvenute in tutto il mondo tra il 1900 e il 2006.

Se volessimo ispirare il mondo, sulla sottrazione lei da dove partirebbe?

Beh, io partirei dal piano sentimentale anziché dagli aspetti cognitivi o dalla logica razionale: partirei dagli aspetti emotivi. Per questo ho dedicato la parte centrale del libro all’amore, cercando di dimostrare che l’amore è sottrazione. Sottrazione di tutto quello che non conta.  

Io partirei da qui, evitando un approccio predicatorio che nella quotidianità non è efficace, così come nell’educazione che è un’altra importante leva di cambiamento.

La buona educazione è sottrarre istinti sbagliati e fare in modo che ognuno possa arrivarci da sé. Più con il cuore che con la mente.

Infatti Alexander Langer diceva che “la conversione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile”.

Ridurre i consumi, ridurre l’impiego di energia se sono percepiti come imposizioni e limitazioni non potranno che trovare resistenze. Gli inviti al sacrificio non funzionano: il mondo funziona col paradigma della crescita. 

Ecco che occorre muoversi su altri terreni per affermare la forza della sottrazione. 

Una chiave, non dico vincente, ma almeno promettente, è nel concetto di semplicità. 

La semplicità porta naturalmente all’eliminazione del superfluo, dell’irrilevante, dello spreco di emozioni. 

La semplicità non implica un sacrificio, ma viverla consente di apprezzare i tanti benefici.

Una vita semplice basata su poche cose essenziali, rende quelle cose più “invulnerabili” rispetto alla perdita.

Questo suo riferimento alla semplicità mi fa venire in mente  che anni fa chiesi a Romano Prodi alcune considerazioni sull’uso della bicicletta visto che lui è sempre stato appassionato di bici e lui mi inviò uno scritto intitolato:  Bicicletta simbolo di una vita semplificata.

Totalmente d’accordo. Del resto da bambini ci danno una bicicletta “complicata” con le rotelline aggiunte, che poi semplifichiamo togliendole, per restituirci un mezzo di grande semplicità e efficienza.  

La sottrazione massima è forse la morte. Come ci si approccia a questo passaggio?

Io considero molto belli e istruttivi i punti di morte di Aureliano Buendia raccontati in Cent’anni di solitudine di Garcia Marquez  e del  Don Fabrizio Corbera Principe Salina nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa.

Entrambi in punto di morte, nel distillare il meglio delle loro vite si soffermano sul ricordo di momenti di grande semplicità e meraviglia: i pesciolini d’oro del primo e l’osservazione delle stelle nella specola del secondo. Sottratto tutto rimaneva solo quello.

Se dovesse sottrarre, o strappare per conservare, una sola pagina o un solo concetto dal suo libro cosa deciderebbe di tenere?

Se dovessi conservare una sola pagina terrei quella in cui spiego che l’amore vero, quello autentico è sottrazione di tutto il resto.

É questa chiave sentimentale che mi ha spinto a scrivere l’intero libro, a partire dalla mia nuova condizione di vita, in cui mi è stata sottratta la persona con cui vivevo da 60 anni.

Una persona diventata meno e che mi sono accorto di amare di più. 

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