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Rigenerazione urbana: riqualificare le periferie, far rinascere le comunità

Rigenerazione urbana. Secondo l’enciclopedia Treccani si tratta dell’insieme dei “programmi di recupero e riqualificazione del patrimonio immobiliare urbano che puntano a garantire qualità e sicurezza dell’abitare sia dal punto di vista sociale sia ambientale, in particolare nelle periferie più degradate”.

Basta questa definizione per capire come un concetto tanto discusso sia complesso e pieno di sfaccettature.

Eppure di rigenerazione urbana se ne parla molto.

Ne parlano (e la annunciano) i politici, che decidono gli interventi sui quartieri, e spesso si tratta delle periferie più problematiche delle grandi città italiane.

E la maneggiano gli urbanisti e gli architetti, che quegli interventi li teorizzano e progettano. Ma di rigenerazione urbana parlano soprattutto i cittadini, che ne beneficiano o, se sono sfortunati, la subiscono.


Come si fa a fare buona rigenerazione urbana?

Innanzitutto non esiste una definizione univoca di rigenerazione urbana.

Alla domanda cos’è la rigenerazione urbana ogni esperto darà una sua definizione, diversa da quella di tutti gli altri. C’è chi punterà sulla questione urbanistica, chi su quella immobiliare, chi sulla questione delle relazioni.

Perché la rigenerazione urbana, come spiega la professoressa del Politecnico di Milano Elena Granata, non si fa “con una pittata sul muro”, la si fa rigenerando relazioni, persone, comunità.

Milano, Napoli, Bologna. Abbiamo fatto un viaggio nelle periferie di queste città per capire cosa sta succedendo in Italia, come viene fatta la rigenerazione urbana, cosa sta funzionando e cosa no.

Il caso di Napoli, la fondazione Foqus


Nata a Napoli nel 2013 a partire da un’iniziativa scolastica, Foqus si è trasformata in poco tempo in uno dei casi di rigenerazione urbana di cui si parla in Italia ma anche in Europa.

Prima di tutto perché si tratta di un modello atipico, nato a partire da patrimoni e contributi privati. Dentro le casse di Foqus il pubblico (Stato, Regione, Comune), non ha messo nulla.

Cosa è successo? Nei Quartieri Spagnoli di Napoli un ex convento è stato tenuto in vita grazie all’arrivo di una scuola privata, aperta e accessibile agli abitanti di uno dei quartieri più problematici d’Italia ma attrattiva (perché di qualità anche per la buona borghesia cittadina.

“Tutto è nato da una scuola”. Così a Napoli la rigenerazione urbana abbraccia i Quartieri Spagnoli


“Foqus è un’esperienza che ha portato nei Quartieri innanzitutto nuova occupazione, con 168 posti di lavoro, ma ha portato molti bambini, e sono più di 400 quelli che seguono l’attività dal nido fino alla scuola secondaria, e imprese, persone che si prendono cura di altre persone, e penso al centro per ragazzi con disabilità cognitive”, spiega il direttore Renato Quaglia.

Settembre 2020, un evento a Foqus, nei Quartieri Spagnoli di Napoli. Foto Foqus.


La scuola come motore di una comunità, come ponte per arrivare alle persone, come scintilla che ha creato un centro capace di fare nascere nuove imprese e generare decine di posti di lavoro. Non era facile, visto che i Quartieri Spagnoli, periferie nonostante siano fisicamente a pochi passi dalla centralissima via Toledo, rappresentano una fetta di Napoli dove un ragazzo su tre tra gli 8 e i 14 anni abbandona la scuola.

Eppure nell’ex convento sono nate imprese, cooperative, scuole paritarie gestite da donne che hanno ripreso gli studi per diventare insegnanti, e che per formarsi sono state inviate a Reggio Emilia, territorio d’eccellenza per quanto riguarda le questioni pedagogiche, grazie al movimento capitanato dal Reggio Children.

Garantire una partecipazione vera


La rigenerazione urbana, per funzionare, ha bisogno delle persone e del coinvolgimento delle comunità. Come si fa a garantirlo?


“Non esiste il progetto di rigenerazione urbana che non dica di adottare pratiche partecipative – spiega il sociologo Giovanni Semi dell’Università di Torino – Nella maggior parte dei casi la partecipazione nel nostro Paese si risolve in organizzare qualche tavolo con dei facilitatori prima dell’arrivo del progetto, in cui sostanzialmente il progetto è già definito dall’architettura ai servizi alle cubature. La battuta è: si chiede solamente di che colore si vuole la panchina. Questa non è partecipazione. Questo è un dare un buffetto alla cittadinanza, ma è pressoché inutile”.

“I modelli del Nord Europa invece propongono pratiche radicali, dove i progetti non sono predefiniti e i cittadini hanno spazi importanti per ridefinirli, smontarli, ricostruirli. Tutto questo ha effetti virtuosi anche sulla comunità locale, perché gli abitanti imparano a conoscersi, a confrontarsi, mettono sul piatto quelli che sono i loro bisogni”.

Milano, il quartiere che fa fatica a ripartire

Una casa popolare del quartiere Lorenteggio. Foto Federico Borella.


A Milano c’è una periferia dove, nonostante gli sforzi, i piani di rigenerazione urbana non stanno dando i frutti sperati. Per la zona compresa nei quartieri Giambellino e Lorenteggio, Comune e Regione hanno investito tanto. Nel 2019 il Pirellone ha annunciato lo stanziamento di 100 milioni di euro.

Scopo di questa cascata di soldi la rigenerazione di una zona popolarissima, con un’alta presenza di case popolari lasciate all’abbandono.

I progetti sono stati messi in campo, i marciapiedi iniziano ad essere rifatti, la metropolitana sta arrivando.

Eppure i cittadini interpellati raccontano di un quartiere allo sbando, dove le case popolari sono state trascurate al punto da essere quasi in rovina (colpa soprattutto delle tante e storiche difficoltà dell’azienda regionale della casa, l’Aler), di progetti di ricostruzione che non hanno sufficientemente preso in considerazione gli abitanti delle case stesse, e quindi i diretti interessati.


“Il quartiere è peggiorato”, racconta Veronica Pujia, sindacalista del Sicet-Cisl. “Sono state trascurate le tante realtà che lavorano nel quartiere, si è perso di vista il senso di un progetto che avrebbe dovuto rigenerare il tessuto sociale, non solo gli immobili”, dice Giuseppe Filippini della Camera del Lavoro Cgil Milano Giambellino.

Una delle tante attività culturali organizzate dall’associazione Dynamoscopio al Mercato Lorenteggio di Milano. Foto F. Borella.


Eppure nel cuore popolare del quartiere c’è un mercato, il Mercato Lorenteggio, che è stato rigenerato grazie al lavoro dei tanti commercianti che ci hanno creduto, hanno fondato un consorzio e, rilanciato il luogo, lo hanno salvato da una chiusura che sembrava certa all’inizio degli anni 10 del nuovo millennio.

A tenere le fila delle attività che si organizzano nel Mercato Lorenteggio è l’associazione Dynamoscopio, che ha trasformato un luogo di aggregazione commerciale in un “dispositivo culturale di rigenerazione”. Un giorno il box 11 di Dynamoscopio è una sala da the, il giorno successivo un laboratorio di uncinetto, o ancora uno di scrittura o un luogo di dibattito e discussione culturale. La parola d’ordine è “condivisione”, e ha funzionato. Il Mercato Lorenteggio è un luogo vivace e pieno di attività, che attira persone da tutta Milano a dispetto del contesto urbano.


Come evitare la gentrification?


Quando si parla di rigenerazione urbana spesso si discute anche della gentrificazione. Cioè di un innalzamento dei prezzi degli immobili tale da spingere le persone a basso reddito ad abbandonare il loro quartiere, perché impossibilitate – ad esempio – a pagare l’affitto.

Come si fa ad evitare questo pericolo? E cioè che interventi di rigenerazione urbana si rivelino esclusivamente interventi di rigenerazione (o rivalutazione) immobiliare?

“Fare politiche abitative significa una varietà di cose. Significa ad esempio puntare sull’edilizia residenziale pubblica, che come sappiamo è stata progressivamente marginalizzata – spiega Alessandro Coppola, ricercatore al Polimi – Quindi è necessario anche immaginare progetti pienamente pubblici anche in aree in trasformazione, semi centrali, non solo nelle estreme periferie. In Europa sta succedendo, non in Italia e per questo penso ci vorrebbe un supplemento di volontà politica per superare gli ostacoli che ci sono”.

“Bisognerebbe però anche costruire un mercato sociale dell’affitto nelle nostre città, più accessibile rispetto ai valori di mercato. Servono allora politiche capaci di espandere l’offerta di affitto accessibile. Come si può fare tutto questo? Da una parte regolando il mercato, dall’altra chiedendo alle nuove realizzazioni private di prevedere anche un’offerta di affitto, non solo la vendita di case”.


Bologna, l’esperienza di Salus Space

Salus Space a Bologna. Foto di Federico Borella.


Si chiama Salus Space ed un progetto che a Bologna ha ridato vita ad un angolo della città abbandonato. Un palazzone è stato ricostruito e da lì, nell’estrema periferia cittadina dove l’urbano cede il passo ai campi, è nata una comunità di abitanti, italiani, stranieri, rifugiati, e poi tante attività per creare legami col quartiere.

Salus Space, una storica clinica privata non utilizzata da anni, ha potuto beneficiare di importanti finanziamenti europei, gestiti dal Comune di Bologna che ha attivato una rete di realtà sociali e imprenditoriali in grado di dare vita ad una comunità che prima non c’era.

Il risultato, al momento, è un centro vivo, che si sta proponendo alla città con tante attività: dai mercatini alla locanda, passando per momenti più culturali.

Salus Space, a Bologna un progetto di abitare sociale e collaborativo

Il mercato contadino del sabato a Salus Space, Bologna. Foto di Federico Borella.

Salus Space è abitare sociale e collaborativo, servizi a disposizione della città, orti, un teatro, un ristorante, un bar, un emporio, un progetto per portare a zero la produzione di rifiuti, un laboratorio artistico e artigianale. un centro studi, un parco.

Per tenere assieme tutto il Comune ha deciso di puntare sul lavoro sociale. “Ci sono figure che si dedicano esclusivamente a questo: non solo mediazione culturale, e qui serve perché ci sono persone di nazionalità differenti – spiega Dino Cocchianella del Comune di Bologna – ma proprio persone che curano le relazioni e le dinamiche di comunità”.

Il placemaker, il creatore di una comunità urbana

Se la rigenerazione urbana la si fa tessendo prima di tutto nuove relazioni e rinforzando le comunità che già ci sono, chi sono gli attori della rigenerazione? Secondo la professoressa Elena Granata, sono i placemaker.

Granata insegna al Politecnico di Milano e ha scritto un libro dal titolo: “Placemakers, gli inventori dei luoghi che abiteremo” (Einaudi).

“La rigenerazione urbana si fa con le persone, non con i valori immobiliari”. Intervista a Elena Granata

Chi è il placemaker? Risponde Elena Granata: “Il placemaker è un attore che può venire dal mondo dell’architettura e dell’urbanistica, ma anche della sociologia, dei mondi cooperativi, ecclesiali,
dell’attivismo, della partecipazione. Si tratta di persone che si fanno carico dei problemi
e delle comunità nei luoghi
. Con un’attitudine alla regia, al coordinamento delle attività. Quindi non necessariamente sono portatori di una competenza tecnica”.

Dove si impare a fare i placemaker? Secondo Granata da nessuna parte, lo si impara facendo visto che al momento non esiste un corso di studi ad hoc. In Italia ci sono quindi centinaia di placemaker, persone che – anche senza saperlo coscientemente – stanno creando, anzi inventando, nuovi luoghi a partire dalla creazione e dalla cura di relazioni. E così facendo fanno in modo che gli interventi di rigenerazione urbana funzionino.

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