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Appena mise piede sulla nave, che da Genova lo avrebbe portato a New York, il piccolo Antonio cominciò a piangere. 

Lacrime di un pianto dirotto. Inconsolabile. Inestinguibile.

Non sopportava il distacco da sua nonna Maria che lo aveva cresciuto dacché era nato.

Sua madre Anna era morta dandolo alla luce e suo padre Giuseppe, pochi mesi dopo, si era imbarcato per La Merica in cerca di fortuna. 

In fuga dal dolore e dalla miseria.

Dopo dieci anni, Giuseppe aveva scritto a sua madre Maria una lettera. 

Le chiedeva di far partire suo figlio alla volta del nuovo mondo. 

Voleva riabbracciare Tonino e garantire anche a lui un pizzico di futuro.

Ma tutto questo, il piccolo Antonio, non lo capiva. Lui vedeva solo il distacco da sua nonna. 

Un addio da colei che, per lui, era più che madre. Era mondo.

La nonna, capì molto bene quell’apocalisse di Antonio. E, per rendere quel saluto meno triste, diede a quel bambino un grosso gomitolo fatto con un filo sottile di seta.

Lo aveva acquistato impegnando al monte di pietà, la cosa più preziosa che possedeva: gli orecchini che aveva ereditato alla morte di sua madre. 

Il gioiello che in famiglia si tramandavano di generazione in generazione. 

Di madre in figlia.

Fu così che Maria consegnò quel gomitolo al nipotino e gli disse: 

Non devi piangere Tonino, io sarò sempre legato a te grazie a questo filo”. 

E per dare forza alle sue parole prese le due estremità di quel grande gomitolo e le annodò prima al polso del bambino e poi al suo dito indice.

Fu così che Tonino tra un singhiozzo e l’altro si placò. 

Si asciugò gli occhi colmi di lacrime sulle maniche della camicia e deglutì le altre che gli colavano dal naso.

Quando la nave partì il gomitolo cominciò a dipanarsi sotto gli occhi di Tonino. Incantato, il bambino guardava quell’involto di filo e la nonna, oltre il mare che li separava.

Maria sul pontile agitava un fazzoletto e con l’indice teneva teso quel filo di saluto. 

Destinato a diventare addio.

Tonino invece, che in quel filo credeva, appena si accorse che presto il suo legame con la nonna si sarebbe spezzato, ricominciò a piangere. 

Lacrime di un pianto dirotto. Inconsolabile. Inestinguibile.

Un pianto che presto mosse a compassione tutta la gente imbarcata sulla nave, che cominciò a scucire abiti, a tagliare lenzuola, a sfilare maglioni e lacci, a recuperare cordicelle e legacci, usati per il loro pacchi.

Tutto il possibile, pur di allungare quel filo di saluto.

Fu una svestizione che durò per l’intero viaggio e che lasciò tutti i passeggeri coperti solo di pudore. 

Fu così che Tonino, circondato da tanta attenzione, smise di piangere.

Ma quando ormai si intravedeva all’orizzonte la statua della libertà, su quel piroscafo tutti si accorsero che non c’era ormai nient’altro da aggiungere a quel gomitolo transoceanico.

E allora cominciarono a piangere insieme al bambino.

Lacrime di un pianto dirotto. Inconsolabile. Inestinguibile.

Le loro lacrime scivolarono in mare e commossero le creature degli abissi, che accorsero per allungare quel filo meticcio, con alghe intrecciate e ghirlande di coralli.

Fino a quando quella nave, piena di folli seminudi, non toccò terra. 

Lì, ad aspettare Tonino, c’era suo padre Giuseppe che lo strinse forte a sé e gli chiese cosa fosse quel filo legato al suo polso. 

É il filo della nonna” disse il bambino mentre cominciava a tirarlo. 

Ti aiuto” disse suo padre. 

Anch’io” aggiunse una giovane donna che aveva disfatto il suo corredo nuziale per ricavarne strisce di tessuto e allungare il gomitolo di Tonino.

Anch’io” ripetè un signore che aveva scucito il suo unico maglione di lana, qualche giorno prima. 

E poi tutti gli altri, in una sorta di immenso tiro alla fune. 

Fino a quando dall’altro capo del filo non apparì nonna Maria. 

Fu così che Giuseppe poté abbracciare sua madre e suo figlio. Il suo passato e il suo futuro. 

Tre generazioni legate da un lungo filo e da un saluto grande come un oceano.

In cerca di fortuna – Edizioni Internazionale

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