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Nell’esilio in cui vivo mi è apparso lo zero. 

A prima vista non ho visto niente. Poi ho guardato attraverso quell’ovale e ho visto il mondo. 

Attraverso lo zero ho visto l’impossibile diventare possibile. 

Ho visto il nulla e l’incommensurabile. 

Lo zero che diventa valore.

Zero , 1990–1996 Robert Indiana

Ho visto un niente che aggiunto a qualcosa diventa orizzonte del possibile: Impatto zero, rifiuti zero, chilometro zero, guerra zero. 

Attraverso lo zero ho visto spazi di libertà preziosa. Tutt’altro che assenza: spazi car free, aree digital free, plastic free.

E ho cominciato a capire meglio cosa realmente mi basta: quello che mi serve.

Ho capito che la nuova era sarà all’insegna del back to basic. Del grado zero: l’essenziale. 

Un’epoca nuova a forma di zaino in cui stivare quello che è davvero indispensabile. 

E bisognerà pensarci su per capire cosa prendere e cosa lasciare. 

Per scegliere bisognerà sentire con la pancia e presentire col cuore, con buona pace degli aridi calcoli costi-benefici. 

Bisognerà allineare mente, cuore e stomaco per capire cosa risuonerà di più nella nostra vita di domani.

Sarà una foto cara o un contratto? I versi di una poesia, l’emozione leggera e potente di una musica speciale o denaro per troppo tempo ritenuto utopia liofilizzata?

Attraverso lo zero ho capito che non ci basterà l’eco-efficienza ma che ci servirà l’eco-sufficienza. Ecco perché lo zero comincerà sempre più a  popolare l’immaginario di questo XXII secolo.  

Servirà il suo robusto apparato metaforico per picconare i tanti miti che costituiscono il fondamento simbolico delle nostre odierne attività pratiche.

Il mito dell’accumulo e della ricchezza, dell’onnipotenza e del produttivismo, dell’accelerazione e del consumismo. 

In due parole della crescita infinita, vero e proprio nonsense fisico prima ancora che politico, economico e sociale e grande inciampo della nostra civiltà, che ha irriso il senso del limite. 

E dimenticato che l’economia è sottoinsieme della natura e che solo la sua integrità può consentirci prosperità. 

Adesso che ho visto tutto questo, so che servirà trasformare lo zero in un perno attorno a cui far ruotare le nostre vite per cercare di “salvare le nostre anime”. 

Trasformando il vecchio S.O.S. in uno Spazio Operativo Sicuro, proprio come ci suggerisce Kate Raworth con la sua Doughnut Economics, l’economia della ciambella.

Due circonferenze, due zeri a delimitare le soglie sociali e ambientali che non possiamo varcare se vogliamo durare.

Riusciremo a giocare col mistero dello zero e accoglierlo nelle nostre vite come un dono prezioso? Come potente metafora?

Sapremo trasformarlo in punto baricentrico dell’umano depotenziato? 

Lo zero ha il suo destino: punto di approdo di una linea asintotica che mentre decresce restituisce ciò che conta.

Ecco che nello zero troveremo i lussi veri. 

Il silenzio, il tempo e forse anche la bellezza della frugalità. 

Il lusso delle relazioni, dell’amore, dell’incanto e della meraviglia. Il lusso del dormire e dell’oziare per accorgersi che il meno è più: less is more.

E quando tutto questo sarà diventato patrimonio culturale nostro, allora useremo lo Zero come epitaffio dell’epoca delle addizioni e come vestibolo per entrare in quella delle sottrazioni.

Sottrazioni volute, prima che diventino subite.

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