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A che punto è la Transizione ecologica? Intervista a Gianluca Ruggieri

Ricercatore all’Università dell’Insubria, attivista energetico e socio fondatore di Retenergie e della cooperativa è nostra, Gianluca Ruggieri è co-autore di “Civiltà Solare”. Lo si può ascoltare nella trasmissione C’è luce su Radio Popolare o seguire i suoi post su Linkedin.

Per i tipi di Altrəconomia ha curato con Massimo Acanfora il libro “Che cos’è la transizione ecologica – Clima, ambiente, disuguaglianze sociali – Per un cambiamento autentico e radicale”. Lo abbiamo sentito a partire dal libro, ma anche per capire dove sta andando la transizione ecologica.

Partiamo dal titolo. Perché si usa la parola “Transizione” e non, come faceva Alexander Langer, il cencetto di “Conversione ecologica”? Non si sarebbe restituita così un’idea di mutamento forse più netta e urgente?

La risposta è legata al momento del concepimento del libro con l’editore. Eravamo nei giorni in cui stava nascendo il Governo Draghi e con esso il Ministero della transizione ecologica, gradito a Grillo, e il direttore della Rivista Altrəconomia, Duccio Facchini, chiese a un po’ di studiosi della materia di commentare la cosa.

A quel punto con Massimo Acanfora, co-curatore del libro, ci siamo chiesti: “perché non uscire dal dibattito momentaneo e provare a guardare più lontano?”.

Nasce così il libro che si porta dietro quel titolo.

Detto questo, devo aggiungere che la transizione ecologica che proponiamo nel libro è molto vicina a quella immaginata da Langer, che rimane a mio parere un pensatore con una radicalità di pensiero che ha pochi eguali nell’Italia degli ultimi 50 anni. Un po’ come Pasolini.

Non abbiamo la presunzione di considerarci suoi eredi, ma credo che questo libro corale affermi con chiarezza che le transizioni possono essere tante e non tutte auspicabili.

Da quella che è poco più di una foglia di fico per continuare a fare business as usual, fino a scelte più profonde e radicali a cui ci siamo ispirati.

E infatti il libro contiene il sottotitolo di inquadramento “Clima, ambiente, disuguaglianze sociali” e una prospettiva “Per un cambiamento autentico e radicale”.

Punto di partenza sono le due crisi sistemiche in cui siamo immersi: la crisi climatica e la crisi della biodiversità. Si tratta di crisi ambientali, ma con evidenti ricadute sociali che rischiano di esacerbare le disuguaglianze.

Perché ci sono disuguaglianze tra Paesi: Olanda e Bangladesh hanno risorse diverse per contrastare l’innalzamento del livello del mare. Ci sono poi disuguaglianza tra generazioni: la nostra rischia di lasciare un conto salatissimo a quelle future. E infine ci sono disuguaglianze dentro gli stessi paesi tra chi ha risorse per un secondo condizionatore e chi vive in povertà energetica.

Per queste ragioni riteniamo che il cambiamento debba essere autentico e radicale: un’occasione per ridurre le disuguaglianze anziché esasperarle.

É questa la partita vera ancora aperta.

Ecco perché ci siamo preoccupati di allargare lo sguardo oltre la questione strettamente climatica e ambientale. In una prospettiva più complessa e articolata in grado di restituire le tante implicazioni che caratterizzano la transizione ecologica.

Uno degli aspetti interessanti del libro è la polifonia di voci equamente divise per genere, in quanto restituisce la complessità del tema Transizione.

Grazie per aver ricordato questo aspetto che non è casuale, ma intenzionale.

Nel libro non si parla solo di ambiente e clima, ma anche di  processi decisionali, di impatti occupazionali, di povertà energetica, di transizione giusta.

Si tratta di temi declinati da autori qualificati e esperti sui singoli aspetti, che insieme restituiscono la complessità della sfida, oltre all’urgenza.

A distanza di un anno dalla pubblicazione, dovendo fare un update del libro cosa mancherebbe?

Aggiungerei le implicazioni del conflitto tra Russia e Ucraina.

Per il resto il libro rimane di grande attualità in quanto tiene conto della nuova cornice politica e istituzionale europea costruita attorno a due fattori catalizzanti.

Da una parte le elezioni europee del 2019, la formazione della nuova Commissione e il varo del Green new deal fortemente voluto da Ursula von der Leyen e Frans Timmermans.

Dall’altro la crisi pandemica e il varo del più imponente pacchetto di stimolo della storia europea: il recovery plan, o per meglio dire il Next generation EU, che apre, dopo anni di austerity, una nuova stagione di spesa pubblica.

Poi è arrivata la guerra.

Con la guerra siamo a una sorta di Ok Corral scatenato dall’esigenza di sganciarsi dalle forniture di gas e di petrolio dalla Russia. Con traiettorie che sono le più disparate (e forse anche disperate).

Verrebbe naturale dire che abbiamo un motivo in più, oltre a quello climatico, per fare efficienza energetica e accelerare sulle rinnovabili.

Ma c’è chi invece coglie l’occasione per chiedere nuovi investimenti nelle fonti fossili: dall’estrazione di gas, fino a politiche di diversificazione cercando gas in altri Paesi spesso equiparabili alla Russia per tasso di democrazia.

Un approccio questo, che se nel breve periodo può anche essere una risposta sensata, vista l’emergenza, diventa pericoloso se comporta investimenti volti alla creazione di nuove infrastrutture che creano quello che gli studiosi chiamano carbon lock.

Cos’è il carbon lock?

É una sorta di  incastro, di ancoraggio all’economia del carbonio e delle fossili. Mi spiego: se costruisci un nuovo gasdotto o una piattaforma estrattiva di fonti fossili, fai un investimento che necessariamente ti vincola per molto tempo.

Per fare un esempio: una cosa è progettare, costruire e mettere in funzione un nuovo rigassificatore, un’altra è affittarne uno mobile finchè dura la fase di emergenza.

Nel primo caso invece, quella infrastruttura sei costretto a farla funzionare se non vuoi buttar via tanti soldi, e questo finisce per ritardare i tempi e le strategie per attuare la transizione.

Ma la tua impressione qual è? La guerra sta rallentando o accelerando la transizione?

Sono un’inguaribile “ottimista della volontà”, per dirla con Gramsci, e non riesco a dirti che la transizione sta rallentando, anche se mi preoccupano i movimenti delle potenti lobbies del fossile.

Confido nella cornice europea che si è delineata e nel Fit for 55 ovvero il piano di riduzione delle emissioni di gas serra del 55% entro il 2030.

É vero che tanti ritengono non sia un target sufficiente, ma se ce l’avessero proposto anche solo sette o otto anni fa, non dico che avremmo brindato, ma sicuramente saremmo stati contenti. Oggi siamo lì e il dibattito è tutto in corso.

C’è qualcosa in tema di transizione che non è ancora pienamente entrato nel dibattito?

Sì, senza dubbio è il tema dell’efficienza energetica. In Italia non c’è dibattito pubblico su questo argomento. A parte l’estemporanea battuta del Presidente del Consiglio su “la pace o un grado in meno”, di efficienza energetica non si parla.

Invece è un tema enorme. Dagli edifici, alle tecnologie, fino alle città che, per fare un esempio, sarebbero molto più fresche se ci fosse un serio piano di riforestazione urbana. Insomma, non c’è la consapevolezza che il risparmio energetico è il grande giacimento di energia non sfruttato.

Infatti è come se vivesse una sorta di effetto “lettera rubata”: le prove dello spreco sono sotto gli occhi di tutti eppure “invisibili”. Parliamone allora…

Faccio un esempio entrando solo sul piano imprenditoriale, emblematico di questa incuria del tema.

Dal dicembre 2015 le grandi imprese e le imprese energivore sono obbligate a sottoporsi a diagnosi energetiche i cui risultati sono poi comunicati a Enea.

Queste diagnosi energetiche vengono fatte per identificare i possibili interventi in grado di far diminuire i consumi energetici delle imprese coinvolte: sugli impianti di illuminazione, le linee produttive, la climatizzazione ecc.

Ebbene i risultati raccolti nel 2019, ci dicono che dei  quasi 31 mila possibili interventi identificati ne erano stati realizzati solo 7265 ovvero meno di un quarto. Uno spreco pazzesco.

Perché non vengono effettuati?

Perché hanno tempi di ritorno superiori a 2-3 anni. Infatti, a parte alcune aziende più lungimiranti, le altre non considerano convenienti e urgenti interventi che si ripagano anche solo in 4-5 anni e oggi, con gli attuali costi dell’energia, anche in meno tempo.

Se tutti gli interventi identificati fossero realizzati, il risparmio sarebbe equivalente a  3,7 miliardi di metri cubi di gas all’anno, che è più del gas che estraiamo complessivamente in un anno dal nostro territorio.

Gas in meno che potremmo non importare dalla Russia, risparmiando soldi.

E aumentando la produttività del Paese, che è bassa anche per questa ragione e non, come si sente ripetere spesso, a causa dei lavoratori.

E stiamo parlando di solo 7.265 imprese, cioè le più grandi, pensare se avessimo dati su tutte le aziende italiana.

Oltre a essere un ricercatore lei è anche un attivista. Come si può produrre il cambiamento auspicato in tempi decisamente così stretti?

Vista l’enorme sfida che ci attende per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione e rimanere nei limiti definiti dall’accordo di Parigi, e visto il poco tempo che abbiamo a disposizione, credo che l’unica speranza che ci rimane sia quella di innescare dei circoli virtuosi.

In teoria dei sistemi si chiamano cicli di retroazione positiva e si attivano quando i vari attori in gioco assumono decisioni e comportamenti che stimolano l’utile azione di altri e ne vengono a loro volta stimolati, amplificando così i risultati. Gli attori che devono remare nella stessa direzione sono secondo me: la politica, la tecnologia, l’economia, le persone e i media.

Ad esempio gli incentivi che favoriscono l’innovazione tecnologica, possono determinare nuovi mercati, riduzione dei costi e vasto utilizzo.

Oppure partendo dalle persone: andare in bicicletta fa crescere la domanda politica di ciclabili, che produce sicurezza e che consente a più persone di andare in bici e così via.

Fonte: Gianluca Ruggieri

Un tema di allineamento e di coordinamento, ma anche di partecipazione non trovi?

Esattamente. Anche qui c’è un’energia nascosta. É quella che può arrivare dalla partecipazione dei cittadini. Il loro coinvolgimento è necessario e non solo per una questione di democrazia delle scelte (parliamo anche di questo nel libro) ma anche per l’efficacia dei risultati.

Emblematico è il caso francese dove abbiamo visto da una parte Macron che scatena l’inferno dei gilet gialli con un provvedimento calato dall’altro e dall’altra Anne Hidalgo la sindaca di Parigi che cambia la mobilità della capitale francese, con un lavoro di coinvolgimento “strada per strada”.

Siamo partiti dalla “promessa” di questo libro: “un cambiamento autentico e radicale”. La transizione ecologica può essere disaccoppiata da una critica dell’attuale sistema di produzione e consumo?

Se vogliamo fare la just transition ecologica, è assolutamente necessario mettere in discussione l’attuale modello di produzione e consumo.

Poi possono esserci approcci diversi tra chi dice “dobbiamo uscire totalmente dal modello capitalistico” e chi invece ritiene che un approccio di mercato, regolato dentro certi limiti può essere sufficiente.

Semplificando è l’alternativa tra chi invoca la decrescita e chi la crescita. Tra chi sostiene che non è possibile continuare a far crescere l’economia se vogliamo rispettare i limiti fisici del pianeta, e chi ritiene che la ricerca della prosperità non significa necessariamente crescita dello sfruttamento di risorse naturali.

Personalmente mi convince molto l’approccio di Kate Raworth, l’autrice del libro L’economia della Ciambella che si definisce agnostica rispetto al tema della crescita.

Per lei quello che è necessario è stare dentro la ciambella, ovvero dentro i limiti eco-sistemici e socio-sistemici del pianeta e della convivenza dignitosa degli esseri umani.

Quanto sia compatibile la transizione con la crescita continua io non so dirlo e mi fermo qua.

Lo scopriremo vivendo. Noi o, più probabilmente, i nostri figli e nipoti.

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