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Biden contro i grandi “meatpackers”. Parte la guerra della carne

L’industria della carne americana osservata speciale dell’amministrazione del Presidente Joe Biden. Un ordine esecutivo siglato a inizio di luglio dalla Casa Bianca ha messo in fila una serie di provvedimenti che potrebbero portare a quella che alcuni osservatori, tra cui il quotidiano inglese The Guardian, chiamano già “guerra americana della carne“.

Biden ha infatti dato ordine allo Usda (United States Department of Agriculture), l’equivalente del ministero dell’Agricoltura italiano, di creare strumenti per aiutare i piccoli allevatori e agricoltori nelle trattative con i giganti che controllano il mercato, chiamati anche “meatpackers” perché si occupano del processo che va dalla macellazione all’impacchettamento della carne.

“Quattro giganti controllano il mercato della carne americana. Ora la Casa Bianca vuole intervenire”

Le analisi parlano di quattro grandi compagnie (Tyson, JBS USA, Cargill and National Beef) che controllano l’80% del mercato complessivo della carne negli States: un oligopolio consolidatosi anno dopo anno visto che nel 2015 la percentuale di mercato di queste “big four” era del 66%, nel 1980 solo del 34%.

L’amministrazione statunitense vorrebbe creare in futuro certificazioni e standard per orientare i consumatori verso alimenti di qualità prodotti in condizioni eque.

Il tema del prezzo della carne è cruciale, essendo aumentato negli ultimi cinque anni ma, nello stesso tempo, essendo calato drasticamente il prezzo che i piccoli produttori riescono a strappare ai big four. Per fare un esempio nel 2016 gli allevatori intascavano la metà del prezzo di una bistecca venduta al supermercato, oggi la percentuale è scesa al 37,3%.

Il dipartimento dell’agricoltura si occuperà inoltre di sviluppare filiere alternative per permettere agli allevatori di avere accesso a nuovi mercati. Si parla della creazione di un network di mercati contadini.

I grandi dettano le condizioni, i piccoli escono dal mercato, le campagne Usa cambiano volto

Altra questione quella dei trattori e delle macchine agricole. I grandi produttori di carne sono diventati giganti capaci nei decenni di sviluppare una formidabile integrazione verticale, e sono in grado di fornire ai contadini macchinari capaci di incrementare la produttività. Questi trattori però, spiega la Casa Bianca, si bloccano quando il software interno rileva un guasto. Un sistema chiuso, che impedisce agli utilizzatori l’autoriparazione e costringendoli invece ad utilizzare i servizi di riparazioni forniti dal venditore.

“In tutto il mondo assistiamo ad una fortissima concentrazione di aziende che lavorano la carne, chiamiamole meatmakers. Poco importa si tratta di bovini o suini, di cui mi sono più volte occupato, il sistema si è strutturato in modo che i produttori conferiscano ai meatmakers senza avere voce sul prezzo e quindi accollandosi al tempo stesso tutti i rischi”, commenta il giornalista Stefano Liberti, autore del volume inchiesta I signori del cibo, un “viaggio nell’industria alimentare che sta distruggendo il pianeta”.

Continua Liberti: “I più piccoli non resistono ed escono dal mercato, questo sta cambiando il volto delle campagne americane. Scompare il tessuto sociale che teneva assieme le comunità, e lascia il posto a grandissime aziende, vere e proprio fabbriche, che non si interessano del territorio ma producono secondo parametri di economia lineare”.

Il risultato di questa concentrazione di allevamenti intensivi, macelli e fabbriche di lavorazione della carne? “Un impatto ambientale sempre più pesante – spiega Liberti – Gli scarti industriali prodotti dai grandi meatmakers sarebbero evitabili privilegiando i piccoli produttori, che spesso ragionano in un’ottica di economia circolare e hanno una maggiore attenzione all’ambiente”.

Il tema della produzione di carne e del suo impatto sull’ambiente e sulla società in generale è sempre più sentito nel mondo. L’associazione Slow Food, impegnata nella campagna Meat the Change, da tempo lancia allarmi sulle conseguenze nefaste di un’industria intensiva delle carne sempre più in espansione.

Gli allevamenti intensivi inquinano come vere e proprio fabbriche, e producono una mole imponente di rifiuti, senza contare le possibili implicazioni legate all’utilizzo di antibiotici sul bestiame. “Negli Stati Uniti – spiega Slow Food – gli allevamenti generano una quantità di liquami 13 volte superiore rispetto a quelli della popolazione residente. In alcuni stati produttori, come ad esempio il North Carolina, le deiezioni dei suini sono raccolte in laghi di smaltimento a cielo aperto che vengono svuotati mediante spruzzamento sui campi circostanti”.

Per approfondire:

Meat wars: why Biden wants to break up the powerful US beef industry

Executive Order on Promoting Competition in the American Economy


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