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Spazi del possibile. Così Culturability ha creato nuovi centri culturali in tutta Italia

C’è un movimento di nuovi centri culturali che si sta diffondendo nel nostro paese da almeno un decennio. Sono luoghi di sperimentazione che ibridano saperi, linguaggi e pratiche, che rompono le gabbie rigide dei contesti tradizionali per restituire nuova linfa all’azione sociale a base culturale. Roberta Franceschinelli è la curatrice del libro Spazi del possibile. I nuovi luoghi della cultura e le opportunità della rigenerazione, edito da Franco Angeli. “Spazi del possibile” racconta il programma Culturability della Fondazione Unipolis a partire dal 2013: 5 edizioni, la sesta in corso; circa 3600 proposte ricevute; più di 80 proposte selezionate e oltre 40 sostenute per un investimento di 2,5 milioni di euro.

Spazi del possibile racconta di Un vero piano di politica a finalità pubblica in capo a un’impresa privata. Sembra molto di più di un intervento di Responsabilità Sociale d’Impresa. Qual è il “perché” di fondo di questo intervento?

La Fondazione Unipolis sin dalla sua nascita si è sempre impegnata nella  creazione e promozione di nuove logiche di benessere nei confronti della comunità e quindi, come dire, al di là dell’ambito specifico di azione del Gruppo. 

In particolar modo sin dal 2009 si è deciso di rendere la cultura uno degli ambiti fondamentali di azione, a partire dall’idea che ragionare oggi di sostenibilità vuol dire essere pronti a interrogarsi non solo su questioni che concernono gli aspetti ambientali, gli aspetti economici e gli aspetti sociali, ma anche quelli culturali.

Pensiamo infatti che la cultura sia un aspetto essenziale per favorire nuove logiche di sviluppo economico, sociale ma anche civico dei diversi territori della penisola.

L’idea di lavorare sull’ambito culturale nasce da questa convinzione: dall’idea dall’idea che la cultura e la conoscenza rappresentano oggi più che mai dei fattori abilitanti per poter essere cittadini consapevoli che comprendono il mondo e hanno la capacità in qualche modo di discernere sul chi sono e cosa vogliono.

Per queste ragioni  è nata Culturability: un neologismo che nasce dalla fusione dei due termini “cultura” e “capability” concetto, quest’ultimo, molto fecondo elaborato dal Premio Nobel Amartya Sen che si riferisce all’abilità delle persone di fare o essere quello che desiderano fare o essere.

In questo senso lavorare per la cultura per noi non significa lavorare sulla cultura in senso ampio o antropologico, ma significa lavorare sulle forme che il settore culturale, quello artistico e creativo imprimono alla contemporaneità.

Culturability è più ingegneria sociale o nudge, “spinta gentile”? O nessuna delle due?

Su questo punto c’è da precisare che  tutti i programmi promossi dalla Fondazione Unipolis non si limitano a erogare fondi alle organizzazioni del settore culturale e creativo, ma anche ad abilitare, affinché possano succedere alcune cose. 

Inoltre, il rapporto non è mai così lineare ed è univoco ma abbastanza bidirezionale. Quindi se vogliamo parlare di “spinta gentile” possiamo dire che è stata biunivoca: l’abilitazione tra Fondazione e centri culturali è stata reciproca.

Dalla lettura del libro, ricco di spunti e polifonico negli interventi, emerge un universo, quello dei nuovi centri culturali, intesi non tanto come presidi di identità culturale, ma come realtà ibride e generative. Cosa sono in sintesi questi spazi del possibile raccontati nel libro?

É una domanda a cui è difficile rispondere perché come tutti i fenomeni in corso è complicato assumere la dovuta distanza e definirne le caratteristiche. Poi, come dici tu, sono realtà molto ibride e quindi definire un Dna specifico è spesso complesso e sfuggente.

Su una cosa però possiamo convenire: sono luoghi che vengono restituiti alle comunità locali di riferimento, a partire da processi di rigenerazione e di riattivazione dal basso: che recuperano spazi vuoti riempiendoli di idee, di relazione, di senso.

Sono luoghi in cui si stanno sperimentando modi diversi di progettare, di produrre, di fruire, di distribuire cultura e di cui c’era un gran bisogno. E lo fanno in qualche modo grazie alla presenza di nuove organizzazioni e nuovi professionisti del settore culturale e creativo.

Sono spazi ibridi perché la pratica culturale artistica si contamina e si incontra con altri settori come l’agricoltura, la formazione, il welfare. Sono spazi che innestano pratiche culturali collaborative: non spazi di egocentrismo che guardano a se stessi o al gruppo attivatore, ma innanzitutto al territorio dove sono insediati.

Grazie anche a questa capacità, possono attivare, abilitare e creare dei processi di empowerment non solo del gruppo fondatore, ma anche delle persone che attorno a quei luoghi vivono.

Quali sono le ragioni del loro “ibridismo”? Desiderio consapevole di affrontare “grappoli di bisogni/problemi (sociali, educativi, culturali, espressivi, politici, ecc.  Oppure  “spontaneismo” alimentato dalla “furia dell’adesso”, per dirla con Steiner?

Il tratto ibrido di queste realtà è fondamentale perché ci consente di distinguere questi luoghi dagli spazi più classici dove si è fatto cultura fino a oggi in Italia. Sono ibridi perché sono multidisciplinari, interdisciplinari.

Luoghi in cui convivono attività culturali molto diverse che vanno dalle arti performative, al visivo fino alle biblioteche di quartiere.

Sono ibridi perché hanno questa capacità di mettere assieme settori e comparti diversi e lo fanno perché sono luoghi della contemporaneità e la contemporaneità che noi viviamo non è così comprimibile in silos di saperi. 

Sono ibridi perché in questi luoghi si assiste a una sovrapposizione tra vita personale e vita lavorativa che, intrecciandosi, danno luogo a nuovi stili di vita di alcune fasce anagrafiche e sociali che provano a connettere cose diverse per rispondere a dei bisogni.

Bisogni che stanno emergendo e che non trovano sempre risposta nel sistema di welfare così come è stato stabilito, così come è stato pensato fino a oggi. 

I nuovi centri culturali raccontati nel libro sembrano straordinari avamposti dove si costruiscono nuove tradizioni. Essi svolgono spesso un ruolo di interfaccia tra società civile e istituzioni. Possono questi centri diventare nuovi corpi intermedi in una società che tende a disintermediare?

Sì certamente, e c’è tanta letteratura che cerca di leggere gli innovatori sociali come “cinghia di trasmissione” fra il basso e l’alto.

I luoghi raccontati nel libro si prestano anche a una lettura in questi termini: uno dei progetti di ricerca inserito nel volume si sofferma proprio su questo aspetto, per dirci che questi luoghi possono svolgere un ruolo di “broker sociali” nei contesti di intermediazione locale.

Perché da un lato sono spazi radicati sul territorio nati a partire da una spinta dal basso e sono attraversati da centinaia e, nei luoghi più grandi, anche da migliaia di persone;

dall’altro sono spazi che collaborano molto con le istituzioni pubbliche e private locali.

Lo fanno perché in alcuni casi banalmente l’immobile è di proprietà pubblica, ma anche perché nel tentativo di favorire nuove forme di welfare, nuove forme del fare cultura, non possono che interfacciarsi con l’Ente pubblico.

In sintesi esprimono una capacità di dialogo  sia col “basso” che con l’”alto”: fra i luoghi dove effettivamente si vive si fa la società e i luoghi dove vengono prese le decisioni. É una dialettica complessa e non necessariamente scevra da conflittualità. 

I centri culturali analizzati nel libro sembrano essere animati da intenzioni tutt’altro che estrattive e pertanto molto vicine al “sentiment cooperativo” inteso come sistema economico di impianto non capitalistico.  La prima edizione di Culturability era finalizzata alla costituzione di cooperative. Perché avete abbandonato questa traiettoria? 

Il bando è cambiato perché credo che tutte le policy e gli strumenti di erogazione è giusto che cambino nel corso del tempo per rimanere aggiornati e calati nel reale.

Se poi un bando ha la “pretesa” di rivolgersi a organizzazioni e professionisti innovativi non può che evolvere ulteriormente e anche con una certa velocità. 

Venendo alla tua domanda specifica il primo bando aveva un obiettivo che potrei riassumere così:  “favoriamo la nascita di nuove imprese e nuovo lavoro fra gli under 35 nel settore culturale e creativo”. 

E lo facciamo – in coerenza con quella che è la storia e la provenienza del Gruppo Unipol e della Fondazione Unipolis – promuovendo una forma di impresa specifica ovvero quella cooperativa, tra l’altro coerente con l’idea del bando di favorire cultura collaborativa, cultura diffusa,  cultura in qualche modo generativa.

Poi ci siamo accorti che in qualche modo le realtà che sostenevano non si stavano evolvendo nel senso da noi auspicato e che il bando aveva maglie troppo larghe che ci fece ricevere 824 proposte.

Di qui la scelta di restringere il perimetro d’azione e di concentrarci su un ambito più specifico per poter intercettare un numero di candidature con una qualità più elevata e anche più facilmente comparabili e valutabili.

Infatti col passare degli anni Culturability ha avuto la capacità di cambiare, passando dal focus sulle giovani generazioni (under 35) a quello sulla centralità degli spazi da rigenerare. Da cosa scaturiscono questi cambiamenti?

Nascono da un’osservazione empirica di quello che stava, e che sta avvenendo in Italia. Dal tentativo di capire verso quali forme, quali modalità e quali obiettivi si sta muovendo l’universo dell’innovazione culturale e sociale in Italia. Da qui ci siamo resi conto banalmente che a un certo punto molte delle realtà che intercettavamo, realizzavano le proprie azioni di trasformazione culturale a partire da uno spazio. 

Poi parallelamente il tema anche della rigenerazione dei luoghi abbandonati in Italia ha iniziato a diventare sempre più importante e questo ci ha portato a intercettare una fenomeno, ma anche a contribuire a sottolinearne la sua rilevanza.

Quindi possiamo dire che l’evoluzione di Culturability è stato frutto di un’osservazione empirica dei luoghi che sostenevano e da un’attività di studio, di indagine e di riflessione su quello che era il contesto italiano in fatto di rigenerazione a base culturale.

La diversità degli approcci, dei modelli di business, delle aree di intervento dei nuovi centri culturali sembrano restituirci “pratiche in cerca di teoria”. Qual è, se c’è, la teoria che può accomunare questi centri guardandoli anche dalla rete “Lo stato dei luoghi” di cui sei presidente? 

E sì c’è un’espressione molto bella e molto cara sia a me che all’universo della rigenerazione a base culturale che è contenuta in un libro Schön degli anni ‘90 che può farci da guida:  practitioner riflessivo.

Credo sia una descrizione molto calzante di buona parte dei professionisti attivatori di questi luoghi culturali di comunità. Practitioner riflessivo vuol dire saper ragionare banalmente sulla propria pratica e sapersi anche astrarre dalla concretezza della propria azione per rifletterci su.

Tante delle persone che ho avuto la possibilità e fortuna di conoscere in questi anni hanno questa capacità. Essi non hanno quindi bisogno dello studioso, dell’esperto di riferimento, che lega il fenomeno, perché in qualche modo ci stanno ragionando essi stessi.

Il libro, soprattutto nella seconda parte del volume, presenta inoltre due percorsi di indagine che sono stati sviluppati con il coinvolgimento di alcuni ricercatori e che fanno riferimento ad alcune possibili teorie che possono essere applicate per leggere alcuni aspetti di questi luoghi.

Teorie che ci invitano a ragionare su questi contesti come comunità di pratiche per esempio.

Oppure altrettanto interessante la teoria del community organizer. 

Tutte teorie che leggono aspetti specifici senza pretesa di cristallizzare l’intero fenomeno.

Nel libro si parla dei centri culturali come realtà a bassa mortalità. Addirittura antifragili e che pertanto migliorano di fronte a improvvisi shock. Quanto ha impattato lo shock Covid 19 su queste organizzazioni?

Sicuramente, dati alla mano il tasso di mortalità di questi spazi è notevolmente inferiore a quello di tante altre organizzazioni. Questo non vuol dire che siano organizzazioni che non vivano difficoltà molto forti.

Del resto la scelta che essi fanno di promuovere l’innovazione sociale, di stare sui confini dell’inedito, determina ovviamente una serie di fragilità economiche, che magari spazi che fanno gentrificazione non hanno.

Eppure durante la pandemia hanno dimostrato la loro antifragilità mostrandosi flessibili e adattabili: capaci di modificarsi nel corso del tempo. Facendo altro: se non si poteva fare cultura, se non si poteva danzare, se non si poteva fare teatro, allora facevano altro e davano un’altra risposta alle comunità locali ospitando la Caritas per dare pasti alle persone o facendo formazione ai bambini se le scuole sono chiuse.

Questo non azzera la fragilità che c’è e che è stata aggravata dalla pandemia.

Per questo è urgente e necessario ragionare anche in termini di nuove policy e di nuovi strumenti di erogazione. Altrimenti c’è il rischio che questo patrimonio di sperimentazioni culturali, di sperimentazioni artistiche e sociali vada perso e con esso un movimento di persone, che è un movimento anche generazionale fatto di trentenni e quarantenni che hanno investito in questi luoghi fette importanti della loro vita.

Il che sarebbe un disastro vista anche la forte vocazione  pubblica di questi spazi. Quanto riconoscimento c’è da parte delle istituzioni di questa vocazione pubblica e quanto cambio di politiche?

Oggi non esiste un riconoscimento pieno a livello nazionale della publicness relazionale o giuridica che questi centri realizzano.

Esistono alcune sperimentazioni a livello locale. Per esempio il Comune di Milano ha da poco riconosciuto questi spazi con la denominazione di “spazi culturali ibridi a vocazione culturale e sociale”, ma rappresenta in qualche modo un unicum nel panorama italiano.

C’è ancora molto molto da fare in questo senso attraverso una strategia che punti a ragionare in maniera collettiva sui possibili valori e impatti che questi luoghi generano.

Si tratta di un esercizio che chiama in causa da un lato il decisore pubblico, i policy maker, le fondazioni, le istituzioni pubbliche e private e che richiede la disponibilità e la capacità di mettersi in gioco anche delle organizzazioni culturali.  

Ma vediamo qual è il profilo dell’innovatore sociale a base culturale e le sue principali competenze?

Le competenze sono totalmente trasversali perché il processo di riattivazione di uno spazio con fini culturali e sociali comporta una quantità di attività davvero eterogenee e pertanto le competenze richieste non possono che essere diversificate.

Infatti gli spazi che funzionano meglio sono proprio quelli che hanno alle spalle anche dei team fortemente multidisciplinari, in cui c’è il direttore culturale, c’è un direttore artistico, ma c’è anche il giurista e chi si occupa della parte economica e amministrativa.

Ma la cosa interessante è che gli attori di questi luoghi apprendono facendo: attivano processi performativi di apprendimento in un’ottica, come si diceva prima, di comunità di pratica.

Competenze che possono essere utilizzate anche all’esterno. Un know how che spesso esce dal perimetro del singolo spazio culturale per fertilizzare altri contesti.

Questi centri culturali sono caratterizzati da grande fragilità economica e da forme importanti di autosfruttamento. Non mi sembra di aver rilevato nel libro un’analisi dei sistemi motivazionali, le economie patemiche. Quali sono, secondo te, le molle emotive più potenti in questi contesti?

Sì, il libro non cerca di dare risposta al perché queste persone si impegnano. Non è un libro che cerca di indagare le motivazioni. Cerca di concentrarsi su altri aspetti: le specificità di questi luoghi oppure il tema delle competenze, il tema delle relazioni che vanno a sviluppare. C’è da dire però che molti di questi attivatori culturali sono persone che hanno tra i 30 e i 40 anni che si sono inserite in un mondo lavorativo molto diverso rispetto a quello del passato, fatto di molte barriere all’ingresso del settore culturale e cognitivo. 

In un siffatto contesto gioca un ruolo fondamentale il desiderio di fare cultura creando contesti inediti con un forte imprinting valoriale, dove scelte personali e lavorative si allineano attorno a una certa visione del mondo. In molti casi una visione anche politica in senso alto e non partitico. In questo senso sono cittadini coraggiosi.

Cittadini coraggiosi che si muovono sul crinale delicato della partnership del conflitto della legalità e legittimità e che finiscono per influire sulle politiche pubbliche. É così?

Sì, credo sia importante non guardare a questi luoghi come dei luoghi neutri o neutrali.

Il fatto che facciano ingaggio delle comunità, non vuol dire che siano necessariamente luoghi della pacificazione. Contaminare vuol dire essere anche pronti allo scontro e sia nei confronti della comunità locale, ma anche nei confronti delle istituzioni in genere e di quelle pubbliche in particolare, soprattutto sull’uso degli spazi non utilizzati e sulle modalità di erogazione dei servizi socio culturali.

Da questa dialettica, si verifica un fenomeno di apprendimento istituzionale, che spesso attraverso un percorso negoziale e dalle relazioni che si creano fra gli attivatori culturali e i policy maker, si apprende in maniera biunivoca: da una parte si ripensano le politiche e dall’altra si apprendono e sviluppano capacità di problem solving o di “Public Relation Management”. 

Nel volume per esempio si fa riferimento al caso di uno spazio quello della Caserma Archeologica a Sansepolcro che, grazie all’impegno delle persone coinvolte, è riuscito a creare dei processi di apprendimento istituzionale, non solo nei confronti dell’ente locale, il Comune di Sansepolcro, ma anche nei confronti della Regione Toscana, spingendo quella che era la giunta

precedente a fare per la prima volta un bando a sostegno dei centri culturali ibridi della Regione.

In Italia ci sono innumerevoli spazi inutilizzati. Capitale immobilizzato che potrebbe invece attivare la produzione di grande capitale sociale e culturale. Non sarebbe il caso di rendere  più accessibile “lo stato dei luoghi abbandonati” d’Italia?

C’è un libro Riusiamo l’Italia, scritto qualche anno fa da Giovanni Campagnoli che parlava di 6 milioni di immobili vuoti in Italia. La verità vera è che è difficile fare stime.

Perché lì dentro hai qualunque cosa, dal castello alla casa cantoniera dell’Anas fino a immobili di proprietà pubblica del piccolo comune o di vari Enti statali. 

Si tratta di una ricognizione molto complessa che richiederebbe forse una politica organica nazionale volta a far emergere e incentivare la riattivazione di spazi abbandonati.

Ma sono convinta che possano funzionare meglio operazioni più puntuali a base locale. 

Con l’ultima edizione Culturability ha abbandonato lo “scouting” di nuove realtà per concentrarsi sul consolidamento di quelle esistenti. Una scelta dettata solo dalle difficoltà innescate dalla pandemia o nuova strategia tesa a conservare e consolidare le realtà più promettenti?

Decisamente la seconda. Abbiamo lanciato l’ultima edizione, che è biennale, nell’aprile del 2020 quindi nel pieno del primo lookdown.  A quel bando stavamo lavorando da un anno quindi, se vuoi, era una scelta che avevamo preso prima dello scoppio della pandemia.

Col senno di poi posso dire che mai scelta fu più azzeccata, in quanto prova a mettere in sicurezza l’esistente minacciato dalla pandemia. 

Inoltre c’è da dire che grazie ai tanti percorsi di valutazione d’impatto e di monitoraggio che abbiamo condotto sui partecipanti, ci siamo resi conto che molte di queste realtà entravano in una fase intermedia, in cui non si riusciva a crescere e a consolidare fortemente l’esistente. Di qui la decisione di  inserirci in questa fase per scongiurare crisi di crescita e favorire nuovi consolidamenti, attraverso soprattutto l’innovazione, che rimane il modo migliore per irrobustire le organizzazioni.

Nella rete “Lo stato dei luoghi” ci sono vari gruppi di lavoro definiti cantieri. Uno di questi è dedicato alle pratiche di mutualismo, un concetto alla base del movimento cooperativo e che da sempre orienta, in quel mondo, i fini del fare insieme. Qual è la missione mutualistica de Lo stato dei luoghi?

Lo stato dei luoghi nasce per creare delle comunità di pratiche translocali tra luoghi che sono fortemente locali e territoriali. Quindi, l’obiettivo del cantiere mutualismo è innanzitutto quello di cercare di creare nuove logiche di mutuo soccorso, di scambio di apprendimenti, di networking, ma anche di scambio di pratiche di artisti in attività.

I Luoghi di cui parliamo sono disseminati lungo tutta la penisola, sono fortemente territoriali e sono anche molto diversi, però portano avanti delle sfide comuni e quindi l’idea è di mettere a fattor comune quello che si sta apprendendo.

Per questo una delle prime attività a cui stiamo lavorando come cantiere del mutualismo è una scuola di formazione che si chiamerà La scuola dei luoghi.

Una scuola non basata sull’intervento dell’esperto di turno chiamato a formare gli attori di questi centri culturali, ma impostata su percorsi di autoformazione e di messa a disposizione delle competenze interne che sono tantissime e sorprendenti.  

Se potessi ricominciare daccapo Culturability cosa faresti in più (o di più) e cosa non faresti più?

Rifarei tutto, compresi gli errori perché la forza di Culturability è nel suo percorso, fatto di fallimenti e apprendimenti collettivi che hanno ridisegnato e migliorato la sua fisionomia nel tempo. Quello che farei di più, sarebbe di rafforzare la connessione delle pratiche e dei luoghi che sosteniamo sia tra loro che con le istituzioni.  Per dare un ruolo più preciso di “corpo intermedio” anche alla Fondazione Unipolis.

Culturability e Roberta Franceschinelli convivono da oltre 10 anni. Chi ha cambiato di più l’altro?

Non lo so, sicuramente questa esperienza professionale mi ha cambiata tantissimo determinando molte delle caratteristiche della persona che sono diventata. E non è un caso che dedichi parte del mio tempo liberato a fare l’attivista civica come presidente de Lo stato dei luoghi.

Per quanto riguarda l’altra parte della domanda sono talmente tante le persone che hanno lavorato, con e per Culturabilty, che è impossibile distinguere singoli contributi.


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