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Caro Padre Dedalo 

ieri rileggevo dalle Metamorfosi di Ovidio l’ultimo tuo consiglio, prima di spiccare il volo dal Labirinto. Prima di volare alto e precipitare. 

Ricordo quegli istanti. 

Avevi il tuo solito dito puntato e quel tono saccente e mortificante che non ho mai sopportato. 

Queste le tue parole tramandate da Ovidio: 

Prendere il volo à mezzo aere convienne,

Che se ci aviciniam soverchio al mare,

La piuma graverà, la qual sostiene,

E ne torrà la forza del volare.

Ma se troppo à l’in sù battiam le penne,

La cera il Sol farà tutta disfare,

E disgiungendo à noi le penne unite,

Farà caderne in grembo ad Anfitrite.

In altre parole mi dicevi:

Non volare troppo alto figliolo, perché se ti avvicini troppo al sole le tue ali si scioglieranno, ma non volare neppure troppo basso perché l’umidità del mare potrebbe inzuppare le ali, appesantirle e farti precipitare.
Dedalo e Icaro – Antoon Van Dyck (1630)

Come vedi, padre, sono fedele a riportare la tua doppia raccomandazione. 

Contro certa vulgata per i posteri, che ha omesso la raccomandazione a non volare basso e tramandato solo quella a non volare alto. 

Per dare fiato a quelle vite piatte e senza pretese. All’insegna del basso profilo.

Quanto è giusto il “giusto mezzo”?

Facile per te. Né alta quota, né bassa quota. Ecco cosa mi suggerivi. 

In medio stat virtus.

Sensato a prima vista.  

Ma non per me. 

Non per me, per via della mia vita d’inferno con te.

Per me stanco di sentire le tue prediche. 

Che ti precedevano e seguivano, quelle poche volte che ti vedevo: quando il lavoro o i desideri dei tuoi potenti padroni, non ti sequestravano.

Bisogna che te lo dica dal lato brutto a cui non c’è rimedio. 

La tua genitorialità era malata. Troppo alta la pressione quando c’eri. Troppo bassa, inesistente, quando non c’eri. 

Anche tu, padre, come vedi, non sei riuscito a muoverti nel mezzo.

La tua è stata una genitorialità disastrosa e senza fiducia. 

Impostata su precetti mai scritti e spiegati, ma pronti all’uso nella tua testa. 

E vomitati come rutti sulla mia:

“Non c’è alternativa”.

“Il mondo va così”. 

“Cresci ragazzo”. 

“La regola aurea è…”

Ecco perché dovevo provare a volare alto. 

Per scappare da una vita guardinga farcita di buon senso d’accatto.

Inchiodato dalle tue parole dette e da quelle taciute, ho disimparato prima a parlare e poi a pensare.

Mi è rimasto solo un balbettio timido e inconcludente. 

Ecco perché dovevo volare alto.

Lo so cosa mi diresti: “Tutto quello che ho fatto l’ho fatto per te”. 

Peccato che non lo hai chiesto a me.

Ecco perché non ci sto a passare da ingrato. 

Caro padre io non ti devo niente. 

Sei tu che mi devi tutto. La mia vita. 

Il mio futuro, unico vero capitale di cui dispone un nullatenente.

Tu invece mi hai sempre trattato come fossi, una tua opera tra le tante. 

Ma non ero tua proprietà. Cosa tua.

Sei tu che dovevi essere me, entrare in me e nel mio domani senza te. 

E non, aspettarti che fossi io a ricalcare te.

La verità è che tu, padre, non ti sei evoluto. E le tue certezze di seconda mano mi hanno destinato un labirinto dal quale sono volato per rinascere

Perché ero già morto sai.

Come Crono che mangiava i suoi figli tu avevi già mangiato la mia vita.

Col tuo sguardo in tralice sempre addosso.

Con i tuoi  silenzi opprimenti e troppo rumorosi.

Con quella sensazione di nullità che mi hai incollato addosso.

Con la tua ironia feroce a sottolineare le mie ignoranze.

Con la vergogna in cui affogava ogni mio pensiero diverso dal tuo.

Più crescevo e più aumentava il materiale che eri in grado di esibire a riprova della tua grandezza e della mia pochezza.

Lì sotto mi hai sepolto prima che fosse il mare a farlo.

A tutto questo pensavo mentre cadevo. Mentre dissipavo amore e producevo livore.

E ti confesso adesso il risoluto vaffanculo che non mi perdono di aver pensato. 

Che non mi perdono di aver cercato. 

Che non ti perdono. (segue)

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