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Zebra, cammello, pegaso. Che animale è la tua startup? Intervista a Francesca Martinelli 

Francesca Martinelli è direttrice della Fondazione Centro Studi Doc e responsabile dell’area ricerca, comunicazione istituzionale e relazioni internazionali per la cooperativa Doc Servizi. Nel 2018 le è stato assegnato il premio “Astrolabio del sociale – Pierre Carniti” indetto dal Centro Studi Cisl. Nel 2020 ha scritto un capitolo sulle “Pegasus company” per il libro Cooperative bene comune (RomaTre-Press) e nel 2021 ha pubblicato per Cecop un report sulla risposta delle cooperative al lavoro sommerso. Presenta le sue ricerche in conferenze e seminari in tutto il mondo. L’abbiamo intervistata a proposito di piattaforme digitali e del nuovo “bestiario” imprenditoriale che popola la narrazione attorno alle start up.

Piattaforme digitali: il modello cooperativo come alternativa a quello estrattivo.

Tutto iniziò con la Sharing economy, a prima vista accolta come epifania del mondo nuovo e diventata poi l’inferno dei “lavoretti”. Da allora molti passi sono stati fatti. A che punto siamo?

Bisogna dire subito che quell’idea di sharing economy è sostanzialmente fallita. É fallito quel tentativo di creare nuove forme di socialità e una reale economia della condivisione attraverso piattaforme di scambio di beni sottoutilizzati. Penso per due ragioni.

Quali sono?

Da un lato ci sono i tentativi della società civile a impianto volontario (la condivisione di oggetti o fenomeni come le banche del tempo) che sicuramente non hanno intenzioni estrattive e che trovavano spazio operativo anche grazie a piccoli supporti dell’amministrazione pubblica. 

Questi tentativi sono falliti sia perché a bassa intensità di capitali necessari a strutturare la piattaforma di scambio, sia per il prosciugarsi dell’investimento da parte del soggetto pubblico.

Dall’altro lato sono emerse le piattaforme capitalistiche classiche a forte impianto digitale che sono esplose e continuano a crescere. Si tratta di piattaforme non più nel solco originario della sharing economy, ma che hanno fatto di questo modello un sistema di estrazione di valore sulla pelle di tantissimi lavoratori della cosiddetta gig economy, l’economia dei lavoretti.

Di che numeri parliamo? 

Oggi ci sono 28 milioni di persone in Unione Europea che lavorano su piattaforma e si presume che saranno 43 milioni entro il 2025. In Italia si aggirano attorno alle 600mila unità.

Si tratta di un fenomeno che non è solo legato alla cosiddetta sharing economy, ma soprattutto alla dirompente digitalizzazione delle mansioni che porta necessariamente a lavorare su piattaforme.

Che  impatteranno sempre più su tante attività non annoverabili tra quelle tipiche della sharing economy.

Ecco, forse è il caso di specificare che cos’è una piattaforma se non vogliamo assimilarla semplicemente al lavoro digitale.

Una piattaforma digitale può essere un sito web, una applicazione, un protocollo e consiste in un’infrastruttura tecnologica basata su hardware e software, programmabile e strutturata su base algoritmica.

Quando parliamo di piattaforme ce ne vengono in mente anche di molto diverse tra loro: Facebook, Amazon, la suite di Google sono tutte piattaforme ma con caratteristiche e modelli di business differenti rispetto a Uber o Airbnb.

Di solito si distingue tra cinque tipologie di piattaforme: advertising, cloud, industriali, prodotto e lean. Piattaforme come Uber o Airbnb sono di titpo “lean” e il loro modello si basa sull’intermediazione di una relazione tra due utenti ovvero tra chi chiede un servizio e chi cerca di offrirlo. La piattaforma, in questo caso, è il luogo in cui si concretizza questo scambio.

Insomma la “piattaformizzazione” della società è sotto gli occhi di tutti tanto che l’Europa sta lavorando a una direttiva che le regolamenti. Ci sta riuscendo?

Come precisa la stessa Commissione Europea, la direttiva sul lavoro di piattaforma andrà a risolvere il problema di qualche migliaio di lavoratori, non di milioni. Perché va a inserirsi direttamente sul tema della gig economy e non sul lavoro di piattaforma in senso esteso.

In ogni caso si tratta di un’ottima iniziativa di cui in quanto europei dovremmo essere orgogliosi.

Da qualche tempo sembra emergere una riflessione “animalesca” attorno alle forme dell’imprenditoria. Una sorta di “bestiario” che descrive modelli di impresa definendoli come unicorni, cammelli, zebre, pegasi. Come ti spieghi questo proliferare di metafore?

Se dovessi individuare una radice direi che è la cultura imprenditoriale e d’investimento di provenienza Silicon Valley che ha generato una serie di immagini metaforiche per creare maggiore appeal nei contesti finanziari che supportano la nascita e lo sviluppo di nuove imprese.

Si tratta di metafore che rendono la comunicazione più accattivante.

Ma vediamoli da vicino. Cosa sono gli unicorni e che apparato valoriale hanno?

Sono imprese che nei primi cinque anni di vita, raggiungono una capitalizzazione di oltre un miliardo di dollari sul mercato sul mercato azionario.

Il termine unicorno nasce nel 2013. A citarlo per la prima volta è Aileen Lee una venture capitalist che sceglie questo animale della mitologia per rappresentare una rarità statistica nel mercato delle start up. 

L’apparato valoriale che si portano dietro queste imprese è quello del sogno americano. Del profitto e del successo magari ottenuto dopo essere partiti da una startup fondata nel garage di casa.

Una narrazione che caratterizza la Silicon Valley intesa come ecosistema quasi magico, per cui già solo trovarsi lì permette di accedere a opportunità impensabili altrove.

Un contesto caratterizzato da tanti investitori che sono come dei gamblers, dei giocatori d’azzardo della finanza. Ecco perché gli unicorni più che imprese sono sistemi finanziari.

Fonte Visual capitalist

E le zebre invece?

Il concetto di Zebre nasce invece nel 2017 per contrastare questa visione affetta da gigantismo degli Unicorni. Si tratta di un movimento riunitosi nel collettivo delle Zebras unite. Sono sempre start up  ma senza l’ansia di avere successo immediato. 

L’attenzione qui è alla promozione di modelli aziendali diversi, che siano redistributivi, che bilancino il profitto e trattino meglio i lavoratori.

In poche parole imprese che trasformano la società in un mondo più giusto e responsabile. 

Fonte Zebras unite

Possono anche essere cooperative, ma non esclusivamente cooperative. 

La scelta della zebra come simbolo è legata al fatto che vuole rappresentare un tipo diverso di popolazione e non solo il maschio bianco caucasico e con la felpa da imprenditore della Silicon Valley: minoranze che sognano una società più giusta.

Ma non solo. La zebra è un animale vero con i piedi piantati per terra e non un animale ideale.

Ultimo arrivato è il cammello…

Sì i cammelli spuntano fuori durante la pandemia. Il termine è coniato da Lazarow nel suo libro del 2020 Out-Innovate. Si tratta di un modello che prova alla luce della recessione globale causata dalla pandemia, a ripensare il modello unicorno.

La proposta di Lazarow è di creare imprese costruite su innovazione o un bisogno reale, che siano attente ai costi di gestione e per sopravvivere nel lungo periodo in un contesto fattosi più difficile.

Inoltre affrancandosi, almeno nella prima parte di vita dell’impresa, da continue infusioni di denaro.

Illustrazione Nick Sheeran

I cammelli rientrano quindi sempre nell’ambito della start up, però rappresentano una sorta di passaggio precedente a quello dell’unicorno.

Sono imprese che puntano comunque a diventare un unicorno, ma solo quando sono sufficientemente consolidate. Perché nel momento in cui la finanza entra in crisi come nel caso della pandemia, se tutti gli asset sono finanziari si muore.

Infine c’è il modello che tu hai definito Pegasus Company….

Sì si tratta di un modello che ho inventato nel 2017, dopo essere stata alla mia prima conferenza sul Platform Cooperativism a New York a osservare il movimento avviato da Trebor Scholz. 

In quei giorni sentii tanto parlare di unicorni e di zebre e non mi sentivo molto rappresentata. Non vedevo le cooperative che stavo studiando in Europa.

Perché se è vero che il modello zebra, concettualmente va benissimo, rimane comunque una differenza di contesto. Le zebre sono un fenomeno radicato negli Stati Uniti e quindi un po’ diverso da quello della nostra cooperazione, dalla storia della cooperazione europea. 

Per questo ho pensato che il modello delle cooperative europee, delle piattaforme cooperative europee potesse essere descritto come una Pegasus company. 

Pegaso è infatti il cavallo alato della tradizione greca e quindi europeo, come la cooperazione. Da questo non si può prescindere secondo me.

Oltre al fatto che ci sono dei parallelismi tra la vita e le azioni di Pegaso e alcuni valori fondanti della cooperazione: Pegaso era molto fedele al suo cavaliere Bellerofonte come la cooperazione, che è molto fedele alla persona che mette sempre al centro della propria azione e prima del profitto. 

Inoltre è affascinante ricordare che Pegaso veniva utilizzato dai poeti greci come fonte d’ispirazione quando si trovano in difficoltà con idee molto alte o complesse. Così come i cooperatori si ispirano ai sette principi cooperativi.

Infine c’è il tema delle ali: una per la tecnologia l’altra per unire le persone e insieme volare alto e creare una costellazione intesa come rete. E cos’è una cooperativa se non una rete di persone?

Un altro riferimento molto evocativo è quello relativo alla nascita di Pegaso, che avviene dopo la decapitazione di Medusa per mano di Perseo… così come il modello organizzativo della cooperazione che nasce dal capitalismo, non trovi?

Sì, certo, mi sembra un’ottima osservazione. Soprattutto perché noi cooperatori, pur avendo scelto di mettere al centro la persona e organizzarci sulla base di democrazia e proprietà dei mezzi di produzione, dobbiamo essere consapevoli del fatto che ci muoviamo in un contesto che è orientato al profitto. Questo implica che dobbiamo trovare strategie imprenditoriali che non solo siano giuste, ma anche competitive sul mercato.

Piattaforme digitali: il modello cooperativo come alternativa a quello estrattivo.

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